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sabato 7 febbraio 2026

Tutte le medaglie vinte dagli italiani ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina

Francesca Lollobrigida durante la gara dei 3000 metri di pattinaggio di velocità, nella quale ha vinto la medaglia d'oro / Reuters/Piroschka Van De Wouw
Tutte le medaglie vinte dagli italiani ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina.

Francesca Lollobrigida oro nel pattinaggio di velocità

Sotto gli occhi del figlio di tre anni Tommaso, ad ammirarla sugli spalti, Francesca Lollobrigida ha vinto la prima medaglia d'oro per l'Italia ai Giochi di Milano Cortina. La pattinatrice azzurra si è imposta nei 3000 metri, la prima gara del programma all'Ice Park a Rho. E subito è corsa ad avvolgersi nel tricolore e a prendere in braccio proprio Tommaso.

Argento e bronzo per Franzoni e Paris


Giovanni Franzoni e Dominik Paris, argento e bronzo nella discesa libera olimpica sulla pista Stelvio di Bormio / Afp Jeff Pachoud
Subito una delle gare più attese, e subito medaglie per l'Italia: nella discesa libera maschile sulla difficile e spettacolare pista Stelvio di Bormio il giovane emergente Giovanni Franzoni e l'esperto Dominik Paris non deludono le aspettative e si aggiudicano rispettivamente la medaglia d'argento e quella di bronzo. Oro allo svizzero Franjo von Allmen, campione del mondo in carica; beffata la stella elvetica Marco Odermatt, quarto. «È bellissimo, su una pista così difficile, riuscire a fare una sciata del genere», ha commentato Paris, mentre per Franzoni «è incredibile quello che sto facendo quest'anno, a inizio stagione partivo con pettorali altissimi e poi sono arrivate Wengen, Kitzbühel e ora questa medaglia. Un grazie speciale ai ragazzi che hanno preparato la pista, non era facile ma hanno fatto un grande lavoro».

 

La poesia di Rodari contro la guerra è stato uno dei momenti più riusciti dell'inaugurazione Olimpiadi


 Ghali recita la poeasia di Rodari alla cerimonia inaugurale di Milano Cortina 2026 / REUTERS/Yves Herman

Promemoria di Gianni Rodari
Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare
di notte: chiudere
gli occhi, dormire, avere sogni
da sognare, orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte né per mare né per terra:
per esempio,
LA GUERRA.
Lo sport è palestra di vita, insegna a star dritti e anche a coltivare l’umiltà, una qualità del cui valore il mondo pare aver perso consapevolezza. Lo sport è universo di moralità perché tra le tante cose insegna che la sana energia dell’agonismo non è mai mancanza di rispetto, mai non riconoscimento dell’altro. Qualità dell’universo sportivo che si evincono chiare, si potrebbe dire, da sempre; meno chiaro e poco prevedibile, sino a qualche tempo fa, quanto lo sport sarebbe diventato uno dei contesti che meglio veicolano la cultura stessa, i suoi valori fondanti.
Al di là di ogni effetto scenico, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ci ha emozionato raccontando questo: la centralità del mondo sportivo, il suo essere spazio di trasmissione di valori e di idee, efficacissimo vettore di educazione morale. Letta dal rapper Ghali a ritmare una coreografia di ballerini sparpagliati su un paesaggio montano di un bianco notturno e opalescente, la poesia Promemoria di Gianni Rodari (dodici versi in tutto sull’insensatezza della guerra, di ogni guerra) ci è entrata nelle orecchie e ci si è stampata negli occhi. Tra tante invocazioni di pace, questa si è fissata nella nostra mente più di quanto potrebbero e possono opinioni, conferenze, interventi scritti, innumerevoli prese di posizione cui inermi assistiamo seguendo martellanti dibattiti televisivi. Quella lettura coreografata di Rodari durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi d’inverno era altro. Tutt’altro: un momento di denuncia, sintetico e vibrante ben più delle troppe parole in eccesso che ci circondano. Attimi di cultura della moralità. Segni e impronte dell’umano. Istanti la cui intensità possedeva l’asciutta forza di un gesto. Prima nell’italiano in cui sono stati composti, poi i versi di Rodari con la sua vibrante voce il cantante Ghali li ha declamati in altre lingue; intanto i corpi dei giovanissimi ballerini stagliandosi sul ghiaccio disegnavano una gigantesca colomba. La pace era lì, in quel momento. La pace va chiesta senza sosta, instancabilmente invocata, cercata, ribadita. E quei pochi attimi spettacolari a prologo di una grande manifestazione sportiva lo hanno trasmesso con una forza la cui purezza era la stessa della neve bianca tutt’intorno.
Sport e cultura camminano insieme. Concorrono entrambi a coltivare la parte migliore di noi, in un continuo rispecchiarsi di corpo e di mente che ignorare è insensato. Forse mai come adesso la cultura si fa (anche, molto, se non soprattutto) attraverso lo sport. Lo sport è disciplina dell’allenamento, e allenarsi vuol dire anche allenarsi a stare, e pensare, insieme. Insieme cercare strade possibili verso il futuro. Questo è promuovere cultura di pace: muoversi mai disuniti, in ogni direzione prodigarsi per far tacere le armi e azzittire protagonismi e rapporti di forza che hanno reso il mondo saturo, sfinito. Allenarsi a solidarietà e umiltà, e da lì ripartire. La bellissima poesia di Rodari declamata a commento di una danza sul ghiaccio, la parte finale della coreografia con la grande colomba fatta di corpi umani, questo suggerivano, soffiandolo nel vento.
Avvenire

Il Papa: «Sì alla Tregua olimpica, lo sport è profezia di pace»

Il Papa: «Sì alla Tregua olimpica, lo sport è profezia di pace»
Papa Leone XIV durante l'udienza generale settimanale 4 febbraio / Vatican Media

 Avvenire
Nella giornata della cerimonia di apertura dei XXV Giochi olimpici invernali di Milano Cortina, Leone XIV si fa prossimo con la lettera La vita in abbondanza al vasto e articolato mondo dello sport, che abbraccia in tutti continenti atleti, allenatori, dilettanti, società e tifosi dentro e fuori dalle realtà cattoliche. Nelle sue parole, tutta la speranza e la vicinanza di un padre che desidera vedere i propri figli trarre da quella realtà ciò che di più sano, autentico ed edificante può emergere e allontanarsi, invece, dalle possibilità di mettere in secondo piano la dignità della persona umana e la sua educazione integrale.
In primo piano il richiamo alla tregua olimpica: usanza dell’antica Grecia, riproposta recentemente anche dal Comitato olimpico internazionale e dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. «Incoraggio tutte le Nazioni», l’appello del Papa, «a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza», «simbolo e profezia di un mondo riconciliato». La sospensione delle ostilità prima, durante e dopo i Giochi, scaturiva dalla «convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate» costituisse «un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza», ricorda il Papa. A queste condizioni, quindi, lo sport può essere in grado di promuovere «la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune». Quando il cuore si chiude a questo orizzonte, al contrario, ne nascono conflitti frutto di una «una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri», ricorda il Pontefice, che non esita a mostrare come una certa cultura possa pervadere tutti gli ambiti della vita, dallo sport alle relazioni internazionali. In questo contesto, «l’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare». Lo mostrano le «tragiche evidenze» ormai «sotto i nostro occhi»: «vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte - ricorda Prevost - come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco». Difronte a questa possibilità concreta, è giusto invece rinvigorire la speranza, guardando a tutto il bene che lo sport ha permesso di veicolare. A ricordarlo sono figure luminose con san Giovanni Paolo II, che nel 1984 ai giovani atleti di tutto il mondo chiedeva che i loro incontri fossero un «segno emblematico per tutta la società e un preludio» ad una nuova «era» di pace. Ma anche, più recentemente, le possibilità offerte dai due Giubilei dello sport, celebrati nel 1984 e nel 2000, e, da ultimo, quello del 2025, dove ne è stato rilanciato «in modo esplicito il valore» «come linguaggio umano universale di incontro e speranza». È seguendo questa via, che è stato scelto di accogliere in Vaticano il Giro d’Italia, ricorda il Papa: un grande evento sportivo, infatti, rimane in grado di far scaturire «una narrazione popolare capace di attraversare territori, generazioni e differenze sociali, e di parlare al cuore della comunità umana in cammino». E di mettere in relazione tra loro anche chi appartiene a culture, tradizioni religiose diverse e chi non si riconosce in nessun credo. Da qui e non solo, la necessità di lavorare perché lo sport sia accessibile a tutti: «In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del “pagare per giocare”, i bambini provenienti da famiglie e comunità più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi», scrive il Papa. «In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport. A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva». Quando rimane inclusivo, invece, diventa una via per la «promozione della persona», prosegue il Pontefice, riferendo di trarne una tangibile conferma dalle «toccanti testimonianze di membri della Squadra Olimpica dei Rifugiati, o di partecipanti alle Paralimpiadi, alle Special Olympics e alla Homeless World Cup».
Permangono tuttavia dei rischi «quando l’attenzione si concentra ossessivamente sui risultati raggiunti e sulle somme di denaro che si possono ricavare dalla vittoria». «In molti casi, persino a livello dilettantistico, gli imperativi e i valori di mercato sono arrivati a oscurare altri valori umani dello sport, che meritano invece di essere custoditi», avverte Prevost. Gli atleti diventano così «semplice merci», vittime di «un sistema che li travolge», correndo il rischio di «concentrarsi su sé stessi e la prestazione, indebolendo» quella «dimensione comunitaria» «in grado di umanizzare la convivenza, anche in situazioni difficili». Lo sport ha invece in sé le potenzialità per educare di nuovo le nostre società a vivere in modo sano la competizione e a riscoprire che «si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti come persone». Può far riscoprire una «competizione equa», che «non separa, ma mette in relazione; non assolutizza il risultato, ma valorizza il cammino; non idolatra la prestazione, ma riconosce la dignità di chi gioca». Una cultura, questa, da coltivare anche tra i tifosi, le cui rivalità possono diventare pericolose quando cedono il passo al fanatismo e a discriminazioni politiche, sociali e religiose, «utilizzate indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio», spiega Leone XIV.
Altra sfida rimane quella dell’«impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale» su questo mondo: «le tecnologie applicate alla prestazione rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali», afferma il Papa. Così come resta pericoloso un dilagante narcisismo, dettato dal «culto dell’immagine e della prestazione», che «rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito». «È urgente», dunque, «riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri». E questo lo si può fare, indica il Papa, riscoprendo «figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità», dice, citando, su tutti, san Pier Giorgio Frassati, attratto dalle cime innevate del suo Piemonte, come dai bisognosi dei quartieri più poveri della sua città.