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lunedì 15 giugno 2026

Messi, Ronaldo e gli altri: viaggio nel Mondiale dei quarantenni



Avvenire

C’è un’immagine romantica, quasi crepuscolare, che sta accompagnando l’inizio di questo Mondiale. È la silhouette di una generazione che si rifiuta di abbandonare il palcoscenico, una pattuglia di “grandi vecchi” che sfida le leggi biologiche della gravità e dell’usura. Un tempo, a 33 o 34 anni, un calciatore professionista veniva accompagnato gentilmente alla porta, confinato a un ruolo di chioccia nello spogliatoio o spinto verso campionati esotici e meno esigenti per monetizzare gli ultimi scampoli di talento. Oggi scopriamo che la rassegna iridata mette in mostra un piccolo esercito di quasi quarantenni – o quarantenni fatti e finiti – ancora decisamente centrali nei destini delle proprie nazionali. Non è una novità assoluta, ma è la prima volta che questo fenomeno assume una dimensione collettiva e strutturale, trasformandosi da eccezione nostalgica a manifesto scientifico ed esistenziale.
I nomi di punta sono, inevitabilmente, i due monarchi che hanno colonizzato e diviso gli ultimi vent’anni di questo sport. Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Eccoli qui, per l’ultimo ballo, su sponde diverse dell’oceano e della carriera. Messi con la sua Argentina ci arriva con la serenità di chi ha già saldato ogni debito con la storia, muovendosi in campo non più con la foga del predatore, ma con l’economia spirituale del saggio: cammina per lunghi tratti della partita, quasi estraniandosi, in attesa del secondo esatto in cui squarciare lo spazio con un passaggio impossibile o un’intuizione geometrica. Il contesto fa comunque la sua parte: non c’è neppure bisogno di elencare nel dettaglio quanto sia diversa e particolare l’America di questo Mondiale in cui sta sbarcando di nuovo il pallone, l’America che ha alzato una rete intorno a questo evento, disposta a usarlo e brandirlo, molto meno a condividerlo. L’America dove oggi Messi è un progetto integrato nella MLS, il danaroso campionato professionistico locale, e non il colono anni Settanta che ci sbarcò come fecero Beckenbauer, Pelé e Chinaglia.
Dall’altra parte, Cristiano Ronaldo incarna la lotta titanica, muscolare e quasi ossessiva contro il declino. La sua presenza nel Portogallo sul rettangolo verde è una sfida frontale all’anagrafe, il rifiuto sdegnato dell’oblio nutrito di una disciplina feroce, dove ogni allenamento e ogni gol diventano tasselli per un’immortalità statistica che nessuno potrà mai contestargli, a caccia (nel suo sesto Mondiale), dell’unico trofeo che ancora gli manca. Anche in Qatar si diceva e pensava che sarebbe stato l’atto finale della sua carriera. Invece si è messo a dare la caccia al millesimo gol, primo calciatore di sempre in grado di segnarli e di documentarli tutti, uno per uno.
Ma ridurre il fenomeno ai due storici rivali sarebbe un errore di prospettiva. Accanto a loro c’è una generazione di senatori della resistenza – soprattutto portieri e direttori di gioco d’esperienza – che dimostra come il calcio d’élite sia diventato un territorio per fuoriclasse attempati capaci di governare le partite più con la testa e il senso della posizione che con la forza bruta dei polmoni. Da Modric a Dzeko, Neuer, Gordon, Ochoa, Vozinha: per capire l’assurdità del dato, nei precedenti 22 Mondiali della storia, i quarantenni erano stati in tutto appena sette. E 7 sono oggi, in un’unica edizione però.
Questo prolungamento dell’età dell’oro non è un miracolo spontaneo, ma il trionfo della scienza applicata al corpo umano. Se l’orizzonte della carriera si è spostato in avanti di quasi un decennio, il merito va diviso tra la rivoluzione della medicina dello sport, l’ingegneria alimentare e la tecnologia del recupero.
Il corpo del calciatore contemporaneo è una macchina biologica costantemente monitorata da algoritmi: i carichi di lavoro vengono personalizzati al milligrammo attraverso i dati GPS, i biomarcatori ematici indicano il livello esatto di infiammazione muscolare prima che si trasformi in infortunio, le diete personalizzate eliminano gli zuccheri complessi a favore di un’alimentazione tesa alla longevità cellulare. Le camere iperbariche domestiche, la crioterapia a meno cento gradi e lo studio scientifico del sonno hanno sostituito il vecchio binomio “ghiaccio e massaggio” del secolo scorso. Si è passati dal culto della prestazione estemporanea alla gestione scientifica dell’efficienza nel tempo.
Eppure, dietro questa perfezione cibernetica, c’è una sfumatura più profonda che sfugge ai computer ed entra dritta nella sfera dell’antropologia e dell’etica. Cosa muove davvero un quarantenne che ha già vinto tutto, guadagnato cifre iperboliche e scritto il proprio nome nelle enciclopedie, a sottoporsi ancora alle torture del ritiro, alla pressione mediatica e alla paura del fallimento pubblico davanti a miliardi di spettatori? La risposta abita nella qualità della motivazione. Certamente c’è la paura del “giorno dopo”, del vuoto pneumatico che si spalanca quando si smette di essere dèi del rettangolo verde per tornare a essere normali cittadini. Ma c’è anche un amore purissimo, quasi infantile, per il gioco, la consapevolezza che da nessuna altra parte si potrà rintracciare quell’adrenalina che solo lo stadio pieno sa distillare.
Per questi atleti, questo Mondiale non è solo la caccia a un trofeo, ma una liturgia di congedo. Giocano per noi, certo, ma giocano soprattutto per convincere se stessi che il tempo si può arginare, che la giovinezza dello spirito può ancora imporsi sulla rigidità delle articolazioni. Guardarli correre, tra ragazzi che potrebbero essere loro figli, ci regala una strana forma di consolazione. Ci dice che la vecchiaia, nello sport come nella vita, non è necessariamente una resa o una perdita di rilevanza, ma può diventare una stagione di suprema eleganza, dove la carenza di velocità viene compensata dalla geometrica perfezione del pensiero.
Godiamoci allora ogni singola giocata di questi immortali. Perché quando l’arbitro fischierà la fine dell’ultima partita, non si chiuderà solo un torneo, ma calerà il sipario su un’intera epoca. E quel giorno, improvvisamente, saremo noi a sentirci tutti un po’ più vecchi.

sabato 13 dicembre 2025

Messi, fede e pallone: «Dio mi ha dato tutto»


È ancora una gioia per gli occhi vederlo con un pallone tra i piedi a 38 anni. Lionel Messi, detto Leo, continua a riscrivere la storia del calcio a suon di gol e assist. Ha appena messo in bacheca l’ennesimo trofeo della sua leggendaria carriera, trascinando l’Inter Miami alla conquista della Major league soccer (Mls), il campionato di calcio nordamericano. Se siano 48 o 47 i titoli vinti poco importa, di sicuro sono oltre 45 e ne fanno il calciatore più vincente di sempre. Sebbene giochi oggi dall’altra parte dell’oceano, in un torneo ambito più da calciatori a fine carriera, la “Pulce” giganteggia ancora alla sua maniera. Capocannoniere (con 35 gol) ma anche miglior assist-man (24) ad allungare il primato nella classifica di tutti i tempi che lo vede al comando con oltre 400 assist davanti a due monumenti come Puskas e Pelé.Eppure più dei numeri e dei trofei a interrogare è la figura di un fuoriclasse diventato grande senza mai alzare la voce, timido e riservato pur essendo un fenomeno in campo. Una risposta sorprendente l’ha data lui stesso al recente America Business Forum di Miami. Quando gli è stato chiesto se campioni si nasce o si diventa non ha esitato: «Ho sempre detto che Dio mi ha fatto un dono, ha scelto me. Fin da piccolo ero così, avevo talento, ma lungo il percorso ho fatto molti sacrifici e sforzi per rafforzare il dono che avevo ricevuto. Ma sono grato a Dio perché Lui mi ha donato la cosa principale». Cresciuto in una famiglia cattolica, il calciatore due anni fa aveva spiegato in un’intervista: «Parlo sempre con Dio, lo ringrazio, gli chiedo tutto, per il benessere della mia famiglia, dei miei cari». Del resto già dopo la conquista della Coppa del Mondo nel 2022 aveva detto: «Ringrazio Dio ogni giorno della mia vita, non solo per tutti i risultati che mi ha dato a livello professionale e personale, ma anche per tutto il resto. Ovviamente non posso lamentarmi di nulla e non posso chiedergli altro perché grazie a Lui ho tutto e sono molto grato». Messi, che sul braccio destro ha voluto tatuarsi il volto di Gesù, sostiene apertamente che «senza l’aiuto di Dio non sarei arrivato da nessuna parte». Il resto l’han fatto i sacrifici suoi e della sua famiglia perché la strada del ragazzino nato a Rosario in Argentina il 24 giugno del 1987 è stata da subito in salita.
Soprannominato la “Pulce” per via della sua statura, esordisce a 8 anni nel Central Córdoba, per poi passare al Newell’s Old Boys. Ma gli viene diagnosticato un deficit della somatotropina, l’ormone della crescita. Il Newell’s non può permettersi le cure del piccolo Leo, né tantomeno la sua famiglia: il padre è un operaio mentre la madre faceva la donna delle pulizie. Così all’orizzonte si presenta il Barcellona che offre di farsene carico qualora il talento di Rosario si fosse trasferito in Spagna. Il passaggio in blaugrana a 13 anni non è dei più facili: «Quella decisione fu difficile, ma anche molto veloce. Non ho esitato, ma forse non capivo bene cosa significasse lasciare il mio paese, la mia gente, i miei amici e iniziare un’altra vita da qualche altra parte. Piangevo sempre…». Lui che ancora oggi ricorda con emozione la gioia degli inizi: «Già dai 4 o 5 anni camminavo con la palla, ricordo le prime partite con i miei fratelli e i cugini più grandi – racconta Messi - Ricordo che una volta giocava il gruppo degli ‘86, quindi di un anno più grande di me, e mancava una persona, mia nonna chiese di inserirmi. L’allenatore le rispose che era pazza, che ero troppo piccolo e mi avrebbero fatto male. Invece ho giocato, evidentemente ho fatto delle belle cose e alla fine mia nonna disse di comprarmi le scarpe, perché dalla settimana successiva mi avrebbe portato agli allenamenti. E da lì è iniziato tutto». 
L’affare con il Barcellona va comunque in porto con l’episodio divenuto leggendario del primo contratto firmato su un tovagliolo durante il pranzo con la dirigenza catalana. L’esordio a 16 anni con la maglia della prima squadra è l’inizio di un’epopea clamorosa. Sempre con le braccia al cielo dopo ogni gol a ricordare chi per primo ha creduto in lui: sua nonna. Il campione argentino in blaugrana metterà in bacheca tutto quello che si poteva vincere tra cui 4 Champions League e 10 campionati spagnoli. Un legame mai interrotto con il Barca nonostante il tormentato addio per il Psg prima di approdare negli States. Due campionati vinti in Francia e adesso il primo negli Usa per uno che oggi può vantare ben 8 palloni d’oro, primato assoluto davanti all’eterno rivale Cristiano Ronaldo fermo a quota cinque.
Calcio e poesia racchiuse anche nelle sue lontane origini italiane visto che il trisavolo Angelo Messi era di Recanati e da lì emigrò in Argentina. Di sicuro nessun trofeo potrà mai sostituire il legame che ha con la sua famiglia. Sposato dal 2017 con Antonela Roccuzzo, papà premuroso e riservato per i suoi tre figli Thiago, Mateo e Ciro. Orgoglioso al pari della sua fondazione con cui oggi aiuta i bambini di tutto il mondo. Messi non dimentica. «Ero più piccolo di tutti gli altri giocatori in campo, così piccolo che i medici mi hanno prescritto l’ormone della crescita…». Passione, umiltà e tenacia: l’altro volto di un campione che continua guardare il cielo, felice e grato per il talento ricevuto.

domenica 20 agosto 2023

Effetto Messi, l'Inter Miami vince primo titolo della sua storia

AGI - L'Inter Miami di Lionel Messi ha vinto il suo primo titolo, battendo il Nashville SC nella finale di Leagues Cup. La partita è terminata 10-9 dopo i calci di rigore. Il fuoriclasse argentino, autore di un gol, ha così scritto un'altra pagina della sua gloriosa storia, portando l'Inter Miami, ultima classificata in MLS, alla vittoria in Leagues Cup, torneo in cui hanno gareggiato 47 squadre del campionato americano e messicano.

I tempi regolamentari si sono conclusi sull'1-1. Messi ha portato il Miami in vantaggio al 24esimo con un meraviglioso tiro all'incrocio dei pali, poi Fafa Picault ha pareggiato per il Nashville nel secondo tempo. Miami era in fondo alla Major League Soccer quando il campione del mondo è arrivato, un mese fa, trasformando letteralmente la squadra. Il sette volte Pallone d'Oro ha segnato 10 gol in sette partite con la maglia rosa del suo nuovo club e mercoledì ha la possibilità di raggiungere un'altra finale quando la sua squadra affronterà Cincinnati nella semifinale degli US Open Tazza. 

domenica 18 dicembre 2022

Argentina mondiale, Messi come Maradona. Francia battuta ai rigori

 


Argentina mondiale, Messi come Maradona. Francia battuta ai rigori

mercoledì 13 marzo 2013

Stampa Spagna, Habemus Barca, Messi e' il Papa. Gli echi del Conclave si riflettono in Champions

Gli echi del Conclave si riflettono perfino in chiave Champions. Così, per spiegare la rimonta del Barcellona contro il Milan, e la splendida prova dei 'blaugrana', l'edizione online del Mundo Deportivo, quotidiano di Barcellona, titola "Habemus Barca, Messi è il Papa!", sotto a una foto del fuoriclasse argentino che esulta. "Cari amici, non c'é più niente da dire - sottolinea 'MD' -: questa squadra è storica, una leggenda vivente. Non si stancano mai di vincere, e ora vanno per un'altra Champions". Suggestivo il titolo dell'edizione digitale di 'Marca': "questa è per Tito", ovvero una dedica per l'allenatore Tito Vilanova attualmente in cura a New York. E poi anche "mancava una rimonta come questa", per ricordare la frase detta giorni fa da Xavi, secondo il quale "a questa generazione del Barca manca una 'remontada'". Detto e fatto.
ansa
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venerdì 30 novembre 2012

Messi-Ronaldo-Iniesta finalisti Pallone Oro

Tocca ancora ai soliti noti. Due dei tre finalisti per il Pallone d'Oro 2012 sono gli stessi dello scorso anno: Lionel Messi e Cristiano Ronaldo (ennesima sfida Barcellona-Real Madrid). Il nome nuovo è quello di Andres Iniesta, al posto di Xavi (da un barcellonista ad un altro). Per gli allenatori candidati al premio - che sarà assegnato il 7 gennaio a Zurigo da una giuria di capitani, giornalisti e tecnici - la cerimonia di San Paolo (Brasile) ha svelato i nomi di Vicente del Bosque (selezionatore della Spagna campione del Mondo e d'Europa), Pep Guardiola (ex Barcellona, vincitore nell'anno in corso della Coppa del Re) e José Mourinho (dominatore della Liga con il Real Madrid).
Anche in questa categoria, quindi, Spagna uber alles. Ignorato Roberto Di Matteo, nonostante il successo in Champions contro tutti i pronostici, con un Chelsea a detta di molti inferiore a diversi e più titolati pretendenti. Il Pallone d'Oro femminile se lo contenderanno la brasiliana Marta e le americane Aby Wambach ed Alex Morgan. Nella top-11 della Fifa compaiono quattro italiani, uno per reparto: Buffon, Chiellini, Pirlo e Balotelli.
ansa

giovedì 22 marzo 2012

Messi goleador di sempre del Barça

Lionel Messi meglio di Cesar Rodriguez: capocannoniere del Barcellona di sempre. Con le tre reti segnate nella partita contro il Granada, Messi ha prima eguagliato e poi battuto il record in maglia blaugrana che apparteneva al giocatore degli anni Quaranta e Cinquanta, raggiungendo quota 234. Ma mentre Cesar Rodriguez i suoi 232 gol le ha segnati in 354 partite ufficiali, Messi (24 anni) lo ha superato alla sua 314/a presenza. L'argentino ha realizzato il 2-0 al 17' con un rasoterra su cross di Quenca, doppiando la rete segnata da Xavi al 4'. Nella ripresa la reazione del Granada, a segno in otto minuti con Mainz e Siqueira (su rigore). Sul 2-2 il Barcellona ha ripreso a macinare gioco e Messi ha regnato ancora al 22', imitato al 37' da Tello. L'insaziabile argentino ha poi firmato la sua tripletta che ha portato l'incontro sul 5-2. Ultimo acuto di Siqueira, ancora su rigore, per il 5-3 finale. Con questa tripletta Messi ha raggiunto quota 54 marcature stagionali, 33 delle quali nella Liga (in 28 partite) e 12 in Champions. Nell'altro anticipo della 29/a giornata Osasuna e Getafe hanno pareggiato 0-0.
 
ansa - 22 Marzo 2012 ore 06:32