Sport Land News

NO AD UN MONDIALE CHE ESCLUDE POVERI E DISSIDENTI. APPELLO DI MISSIONARI CONTRO LE NUOVE APARTHEID

35653. ROMA-ADISTA. “Siamo associazioni, movimenti di base, singoli cittadini. Tutti noi abbiamo a cuore la storia del Sudafrica, la grande lotta del movimento di liberazione che in esso si è sviluppato negli scorsi decenni e il destino delle popolazioni oppresse che di quelle lotte sono state protagoniste. Riteniamo centrale nella costruzione del nuovo Sudafrica la promozione dei diritti e del ruolo sociale e politico dei poveri”. Così recita l’incipit dell’ “Appello alle autorità sudafricane: giustizia e diritti a partire dai poveri nel Sudafrica dei Mondiali”, lanciato l’8 giugno scorso, a 3 giorni dall’avvio dei Mondiali di calcio 2010, da un gruppo di missionari comboniani e dal portale carta.org. L’appello – che si concluderà il 20 giugno prossimo con la consegna all’ambasciatrice sudafricana in Italia, Thenjiwe Mtintso, delle adesioni raccolte all’e-mail carta@carta.org – vede, tra i primi firmatari, alcuni missionari comboniani (Alex Zanotelli da Napoli, Filippo Mondini e Antonio Bonato da Castel Volturno), e il direttore di Carta Pierluigi Sullo.

I promotori si dicono “preoccupati” per il trattamento discriminatorio subito dai sudafricani delle township e dagli ambulanti. In occasione dei mondiali, si legge infatti nell’appello, “gli abitanti delle baraccopoli vengono forzatamente sfrattati e fatti vivere in transit camps, mentre ai venditori di strada è stato proibito di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo”. Un mondiale per soli ricchi, denunciano i firmatari, dal momento che “ai poveri non è stato concesso di partecipare alla costruzione di un percorso comune che portasse verso la Coppa del mondo. Al contrario la Coppa del mondo è divenuta l'occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti. Peraltro, le misure di sicurezza adottate in occasione dei Mondiali limitano fortemente il diritto dei cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose”.

Nell’esprimere piena solidarietà al movimento di base Abahlali baseMjondolo (organismo nato dai baraccati di Durban nel 2005 e impegnato nella lotta per la “democrazia reale, diretta e partecipata”, per “il riscatto dei più poveri, per il diritto alla terra, alla casa, ai servizi di base e a un'esistenza dignitosa”), l’appello denuncia le “azioni di repressione” e “gli attacchi violenti” subiti dal movimento stesso e condanna “il ruolo ambiguo svolto dalla polizia locale e dai dirigenti locali dell'African National Congress (Anc)”.

Il 31 maggio, alcuni membri di Abahlali baseMjondolo, presenti in Italia per lanciare la campagna “Mondiali al contrario” (v. Adista n. 44/10), hanno chiesto all’ambasciatrice Thenjiwe Mtintso di farsi “portavoce delle richieste del movimento presso il governo sudafricano”. Tra le istanze avanzate, l’abolizione dei transit camps; il ripristino della libertà, per i poveri, di vivere in città; il rilascio di alcuni dissidenti di Abahlali, detenuti ma “non ancora informati, dopo 9 mesi, sulle motivazioni della loro incarcerazione”; e infine l’impegno delle Autorità sudafricane nazionali e locali “a garantire il pluralismo politico, il diritto di associazione e di espressione del dissenso”, anche nelle “città interessate dalle manifestazioni sportive della Coppa del Mondo”. (giampaolo petrucci)

Attesa per stasera: ecco la formazione dell’Italia contro il Paraguay nei Mondiali di Calcio 2010


Tutto quasi pronto per stasera, mancano poche ore all’evento. Potenti macchine stanno asciugando il terreno di gioco che non ha permesso all’Italia di fare il suo allenamento di rifinitura.

Lippi (foto ANSA) che ieri sera a Notti Mondiali aveva detto che “chi non immagina la formazione farà bene a cambiare mestiere”, rivolto ai giornalisti, ha sciolto i dubbi sulla formazione che scenderà in campo stasera per l’attesissima Italia-Paraguay.

Schema un inossidabile 4,3,2,1: Marchisio sulla trequarti insieme a Pepe sulla sinistra e Iaquinta sulla destra ; Montolivo in mediana e Gilardino centravanti. Fissato con la compattezza nel gruppo, Lippi ha creato una squadra molto diversa, nei nomi, ma molto simile nella compattezza di quella dei Mondiali 2006.

“Ho fiducia nei miei giocatori. Non so dire che Mondiale farà l’Italia, ma so per certo che ha voglia di fare un grande Mondiale. Scetticismo? Lo rispetto, ma non lo condivido” dichiara Lippi, anche se non sono molto fiduciosi i tifosi italiani; saranno presenti in 1200, contro i 1400 tifosi paraguaiani. Più fiduciosi sono i bookmaker che danno l’Italia vincente 1,90 contro i 4,20 del Paraguay.

Non si deve però sottovalutare il Paraguay che ha conquistato il secondo posto nel girone sudamericano e che ha battuto Brasile e Argentina.

Così risulta essere la formazione: Buffon; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; Montolivo, De Rossi; Pepe, Marchisio, Iaquinta; Gilardino.

(blognotizie.info)

Sudafrica 2010, Rosetti arbitrerà Ghana-Australia

Roberto Rosetti arbitrerà sabato Ghana-Australia. Il direttore di gara italiano è stato designato per il match valido per la seconda giornata del Gruppo D dei Mondiali.

Mondiali/ Tv accese in Vaticano. 'Osservatore': Occhio a Paraguay

Difficilmente il Papa seguirà l'esordio della nazionale italiana di stasera ai mondiali del Sudafrica. Teologo 83enne, amante della musica classica e di uno stile di vita metodico e frugale, Benedetto XVI non è un gran tifoso di calcio, a parte una predilizione a distanza per il 'suo' Bayern Monaco. Certo - commenta chi conosce le abitudini di Papa Ratzinger - il Pontefice si terrà informato sulla competizione calcistica e, se vincessero l'Italia o la Germania, ne gioirebbe. Nel Palazzo apostolico vaticano, ad ogni modo, varie televisioni saranno accese per seguire la partita della squadra di Lippi, a partire da quella del cardinale Tarcisio Bertone. Il porporato salesiano, di risaputa fede juventina, segue con costanza il campionato nazionale e i mondiali di calcio. Quando era arcivescovo di Genova fece anche la radiocronaca di una partita allo stadio. E, ora, il principale collaboratore del Papa guida la schiera di monsignori e cardinali di diverse nazionalità che, in Curia, tiferanno la loro squadra ai mondiali del Sudafrica. Il drappello di presuli della Segreteria di Stato conterranei del Papa tedesco, ieri sera, già hanno iniziato ad esultare per la travolgente vittoria della Germania sull'Australia. Sintomo dell'attenzione dedicata all'evento nel Palazzo apostolico sono le pagine dell''Osservatore romano'. Sul quotidiano nazionale appaiono da giorni cronache, commenti, articoli di approfondimento su Sudafrica2010. "Servirà anche al resto del mondo - soprattutto al cosiddetto nord sviluppato - per andare oltre l'evento sportivo e per capire di più l'Africa, con i suoi problemi e le sue potenzialità al di là di stereotipi e preconcetti, allora si sarà raggiunto un obiettivo importante", ha scritto l''Osservatore' il giorno dell'inaugurazione. Da ieri l'ex campione Sandro Mazzola firma commenti da Johannesburg. E in un articolo di alcuni giorni fa, l''Osservatore romano' ha messo in guardia Lippi dalla partita di questa sera a Città del Capo. "L'Italia campione del mondo farà bene a non prendere sottogamba i giocatori paraguayani, eredi del mondo guaranì delle Riduzioni. In fondo, sono i discendenti dei veri inventori del calcio". A riprova della tesi, il brano di una lettera scritta da un gesuita che lavorava nel diciassettesimo secolo in una delle 'reduciones' create per proteggere gli indios del Paraguay dalla furia colonialista. "Non lanciano la palla con le mani, come noi, ma con la parte superiore del piede nudo, passandola e ricevendola con grande agilità e precisione". Parola di missionario. (apcom)

Curiosità e pronostici del Mundial. L'Italia non è tra le favorite

tratto da Terra
Alessio Nannini

MONDO. È iniziato venerdì il primo Campionato di calcio che si gioca nel continente nero. Partono in pole position Spagna e Brasile ma la sorpresa può essere dietro l’angolo, come insegnano molte edizioni precedenti. Il bizzarro caso di Lippi, allenatore detentore del titolo che fra un mese lascerà la panchina a Prandelli per rinnovare una nazionale invecchiata.

Qualcosa di strano nel Campionato mondiale di calcio deve pur esserci, perché lì accade quello che in altri contesti si verifica con somma difficoltà: tifosi seduti senza divisioni di parte, donne e bambini come si stesse in gita fuori città, calciatori contenti per il solo fatto di avere indosso una maglia con lo stemma nazionale sul cuore. Succede pure che il più forte non vinca, e che anzi a trionfare sia chi ha tutto contro: stampa, politica, pronostico; fuorché la sorte perché si sa, con la virtù si eccelle ma senza fortuna si è sconfitti. Siamo in Africa per la prima volta, e benvenuti a tutti: agli occidentali che nei secoli presero il continente per sostenere e aumentare il benessere pàtrio, ai sudamericani che per una volta giocheranno con la stagione di casa, e agli stessi continentali che potranno finalmente cercare un’affermazione che manca dai tempi del Camerun di Roger Milla. Se in Germania, Corea e Giappone, Francia, i nomi delle candidate alla vittoria finale erano limitati a due o tre nomi, a Johannesburg il pensiero che possano arrivare a giocarsi la coppa due sorprese non è peregrino. Senza perdersi in disamine tecniche e tattiche, ecco la parola delle agenzie di scommesse, che solitamente sanno essere una buona bilancia: Spagna e Brasile alla pari, poi Inghilterra e appresso l’Argentina; seguono Olanda, Germania e Italia, Francia. Maglia nera all’Algeria: si punta un euro, se ne vincono seicento (ma, nel caso, conservatelo per una caramella, vi sarà più dolce). Altra nota per gli amanti del genere: la vittoria dei favoriti è stranamente un evento poco presente negli albi. Solo nel recente Mondiale nippo-coreano il pronostico fu rispettato (ma quello fu il campionato più discusso e brutto dai tempi di Argentina 1978); per il resto è stata una squadra di prima fascia sì, ma di sordina a festeggiare.

Il massimo dal minimo
Tuttavia a noi italiani, di questa tendenza, occorrerà non fare legge. Ci troviamo a Pretoria con lo stesso fuso orario e lo stesso allenatore di quattro anni fa, appesantiti di una stellina sul petto (e guai a gonfiarlo) ma con la coscienza più leggera. Allora, in Germania, tra le cartoline nel bagaglio infilammo l’alba di Calciopoli; oggi siamo al crepuscolo di quella triste parentesi, che forse a guardar bene la nostra storia calcistica soltanto una parentesi non era. Dei campioni tedeschi è rimasta una nutrita colonia, seconda la tradizione che fu di Bearzot in Messico 1986: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Camoranesi, Gattuso, De Rossi, Pirlo, Iaquinta, Gilardino. Nove, elencati in ordine di ruolo. Tanti, ma non troppi. Alcuni fra questi non metteranno piede nel rettangolo di gioco, ma saranno utili a fare ciò che Marcello Lippi ha ritenuto fondamentale: il gruppo. È la prova pratica che Arsene Wenger, un signore due volte dottore in ingegneria ed economia, e che ha trascorso gli ultimi anni ad allenare i ragazzetti di Londra sponda Arsenal, ha saputo sintetizzare felicemente così: gli italiani ottengono sempre il massimo dal minimo. Basterà? Un poco di pazienza, e lo sapremo. Intanto abbiamo avuto il favore dell’urna. Paraguay, Nuova Zelanda, e Slovacchia non sono un granché, e altri raggruppamenti promettono più spettacolo (la Francia con il giovane Messico, i padroni del Sudafrica e l’imperscrutabile Uruguay; la sfida fra Portogallo e Brasile; Germania e Serbia).

Mancano i precedenti ufficiali con due delle tre; battemmo gli oceanici in amichevole lo scorso anno per quattro a tre, con in scena la fiera degli orrori difensivi, e gli altri tre a zero quando Hamsik, l’unica stella slovacca, aveva appena dodici anni - e oggi ne ha ventitrè. Contro il Paraguay vincemmo invece nel 1950 per due a zero, prima di fare fagotto e tornarcene a casa a muso lungo. Era il torneo brasiliano, quello della tragedia del Maracanà e del grande Torino di Valentino Mazzola. Questa formidabile squadra, che dava nove undicesimi alla maglia azzurra, era scomparsa sulla collina di Superga un anno prima, sicché andammo in Sudamerica a ranghi ridotti e in nave per timore del volo (e seminando palloni per tutto il tragitto transoceanico). Male contro la Svezia, bene per l’appunto contro i paraguayani; ma non fu sufficiente, e ritornammo a Napoli in crociera e senza più palloni (per il sollievo degli altri passeggeri). Ai favoritissimi padroni di casa in quell’occasione andò assai peggio: fuori noi e gli inglesi, i brasiliani arrivarono all’ultima partita forti di tredici reti realizzate nei precedenti due incontri, di due risultati su tre nella finale (era allora un girone all’italiana e non un incontro secco ad assegnare la coppa), di duecentomila spettatori già in festa, e di un palchetto d’onore già pronto per celebrare la festa carioca. Successe invece che la malizia tattica degli uruguagi la spuntò sulla tecnica del Brasile per due a uno, e fu un disastro. Meglio, il cosiddetto disastro del Maracanà: dieci infarti sugli spalti al triplice fischio, l’allora presidente della federazione internazionale Jules Rimet che premiò quasi di sottecchi i campioni celesti, questi ultimi che scapparono in fretta e furia a festeggiare a Montevideo, e decine e decine di suicidi fra i tifosi. Il governo dichiarò tre giorni di lutto e l’imposizione scaramantica a cambiare la maglia della nazionale: addio al bianco rotto appena dal blu del bavero. La nuova casacca avrebbe ripreso i colori della bandiera, cioè il verde oro che conosce ognuno. Disse un giorno Alcides Ghiggia, funambolica ala dell’Uruguay (poi oriundo in Italia) marcatore su Barbosa per il definitivo vantaggio: «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanà: Frank Sinatra, il Papa e io».

Il protagonista Ghiggia aveva indossato il sette. Due edizioni dopo, in Svezia, gli occhi di tutti cominciarono a posarsi sulla maglia numero dieci, che all’epoca era vestita da un giovane brasiliano di nome Pelè. Piccolo ma dotato di ottimo stacco, rapido e soprattutto molto abile nel palleggio e nel calcio, oltre che favorire la conquista di tre titoli mondiali, consacrò negli esperti e negli spettatori del pallone che il migliore di una squadra, colui cioè in grado di segnare il destino di una partita, dovesse portare il dieci sulla schiena. Da allora in poi è a questa doppia cifra che si guarda per avere idea della fantasia di una compagine. E non a torto: Charlton, Maradona, Zico, Mattheus, Baggio, Zidane (fece eccezione Cruijff, che scelse il quattordici perché a quell’età vinse il suo primo campionato). La qualità di una competizione si vede da questo; non dai numeri cinque o sei, ovvero i difensori che fermano le giocate avversarie, dai numeri quattro od otto, che interrompono le trame altrui per fare ripartire il gioco; neppure dai numeri uno, sette, o nove sebbene questi siano parte necessaria per la marcatura o per il suo acrobatico impedimento. Conta chi è il dieci.

Quel numero 10
Vediamo allora cosa ci aspetta a partire dai più quotati: Kakà per il Brasile, Cesc Fabregas per la Spagna. Il primo l’ha tolto a Ronaldinho, suo predecessore non convocato da Dunga, lasciando il numero otto mostrato in Germania al più rude Gilberto Silva. Il secondo, se l’è visto consegnare dall’alto ma è un’anomalia, perché lo spagnolo più che il pennello dell’artista ha compasso e squadra del geometra (ma di ottima qualità, si intende). Fabio Capello, l’italiano a Londra, avrà il suo campione in Wayne Rooney; corsa, scatto, fisico, tiro. Un dieci per opportunismo, che in altri tempi avrebbe avuto l’undici o il nove a seconda della posizione in campo. In Argentina fila tutto liscio perché a dare suggerimenti è stato Maradona, che nonostante tutto qualcosa ne saprà: è Lionel Messi, e niente da dire. Stesso pensiero per l’olandese Wesley Sneijder, fresco campione europeo: rapido, ambidestro, forte in precisione e potenza. I tedeschi, invece, che per onestà di memoria mai hanno fatto della fantasia la loro peculiarità nazionale, hanno lasciato che a decidere fossero i criteri di reparto e di guida alfabetica. Così la maglia del creativo è toccata a Per Mertesacker, centrocampista non proprio di velocità e guizzo (del resto, con quasi cento chili e duecento centimetri, non ci si può aspettare l’agilità di una lepre). L’erede di Zidane è invece Franck Ribery, ma nella finale di Berlino di quattro anni fa correva con il ventidue; ma anche allora fu un vezzo. Il francese è prossimo al sette ben più di Florent Malouda, e come anche Cristiano Ronaldo, che il sette nei club lo ha sempre cercato salvo rifiutarlo quando tutti nel Portogallo glielo volevano offrire.

Dunque ricapitolando: Kakà, Fabregas, Rooney, Messi, Sneijder, Mertesacker, Ribery, Ronaldo. Tre palloni d’oro (l’ex milanista, il portoghese, il piccolo del Barcellona), altri due in lizza (l’attaccante del Manchester e l’olandese); non ci si può lamentare. Certo, se noialtri avessimo ancora Totti o Baggio la faccenda sarebbe stata ancora migliore - ma coraggio, Antonio Di Natale.

Qualche pronostico
Anche perché il torneo ci sorride nell’ordine delle partite: esordiamo con il Paraguay lunedì questo, poi i neozelandesi e infine la Slovacchia. Fare sei punti nei primi due incontri vorrebbe dire mettere in cascina il primo posto e far riposare i migliori in attesa di sapere l’avversario negli ottavi di finale. Vale a dire una fra Olanda, Danimarca, Camerun, Giappone - elencate per pronostico. Gli olandesi hanno rapidità e qualità in avanti (Sneijder, il recuperato Robben, Van Persie), meno capacità nel reparto difensivo. Danesi e camerunensi hanno i primi un collettivo senza eccellenze (brilla lo juventino Poulsen fate un po’ voi), i secondi un’eccellenza (Samuel Eto’o) senza adeguato collettivo. Ipotizzando il primo posto olandese e l’eliminazione nipponica, ce la vedremo o con i danesi o con gli africani. In Germania, dopo l’Australia negli ottavi, affrontammo ai quarti l’Ucraina di Shevchenko; e fu la più semplice delle partite (zero a tre) nonché la svolta, quella che diede agli azzurri la consapevolezza della loro forza. Stavolta, e sempre con opportuna gestualità apotropaica, avremo una fra Spagna, Brasile, e Portogallo. Più avanti ancora Argentina, semifinalista accreditata per facilità di calendario e forza (nonostante Maradona).

Però la storia dei campionati del mondo insegna che il pronostico ha la gamba corta, e vale appena per il girone di avvio e la prima partita a eliminazione diretta. Tutto il resto è un capriccio, una questione di centimetri ed episodi. Nel Mondiale di Francia i transalpini passarono ai rigori ai quarti, e agli ottavi rischiarono contro il Paraguay guidato nell’occasione da Cesare Maldini. In Italia nel 1990 i tedeschi spinsero fuori gli inglesi dal dischetto in semifinale; noi poi ne vivemmo delle belle, e a lungo. Fummo sì campioni dagli undici metri quattro anni fa, ma fu un esorcismo lungo sedici anni e cinque edizioni: Italia 1990 contro l’Argentina in semifinale, Stati Uniti 1994 contro il Brasile in finale, Francia 1998 contro i padroni di casa ai quarti. Fa eccezione la Corea del 2002, ma il cuore duole ancora e per altri (e altrui) demeriti. Morale: chi vince lo fa soffrendo e rischiando l’eliminazione per un soffio. E ciò perché l’uniformità della rassegna iridata si compone di irregolarità. A oggi ogni nazione organizzatrice, non sempre all’altezza della competizione, ha ben figurato (e talvolta anche troppo): sei i titoli dei paesi ospitanti (Uruguay, Italia, Inghilterra, Germania, Argentina, Francia). Addirittura prodigiosi i risultati ottenuti da Cile (terzo posto), Svezia (in finale), Corea del sud (quarto posto), e Stati Uniti (ottavi). Se vi è certezza, non è Coppa del mondo.

Certo è invece l’addio di Lippi, unico fra i pari a poter tentare il filotto mondiale che riuscì nella storia soltanto a Vittorio Pozzo. Poi a luglio cederà la tuta a Cesare Prandelli, il quale probabilmente aprirà alla nuova generazione: Marchetti e Sirigu alle spalle di Buffon, con Bonucci (che pure è in Sudafrica) e Ranocchia ad affianchersi a Chiellini, Santon e Motta e forse Rosi sulle fasce, in mezzo al campo Aquilani (che, statene certi, tornerà nell’ovile), Poli e Montolivo (anch’egli a Pretoria), e Balotelli. Il veterano, ma solo per ragione anagrafica, potrebbe essere Antonio Cassano, che fra un mese compirà ventotto anni. Ironia del destino: il calciatore nato nella notte in cui Zoff alzava la coppa al Santiago Bernabeu di Madrid, non è finora riuscito a prendere mai parte a un Mondiale. Non gli mancherà modo per godersi l’estate, e fra l’altro può dirsi in buona compagnia: Cambiasso e Zanetti, Ronaldinho e Adriano, Raul, Walcott, Frey e Benzema. Assenze ingiustificate o ingiustificabili, cui si sommano gli infortunati Beckham e Owen, Essien, Ballack. Ne verrebbe fuori una bella squadra.

Ma tra scelte tecniche azzardate e sfortune di gioco, a chi a ogni quadriennio osserva, tifa, e legge di quel che accade dentro e fuori a un campo di calcio lontano dalla sua poltrona, scaramanticamente sempre quella, alla fine non avrà pena per nessuno fra i succitati; bensì un vuoto per l’equilibrio e il garbo esemplari di Corrado Sannucci, collega (ma a scriverlo si pecca di presunzione) de La Repubblica morto nel 2009.

Le partite di oggi 14 Giugno 2010: Olanda-Danimarca, Giappone-Camerun e Italia-Paraguay

Queste le partite di oggi 14 Giugno:

* Olanda – Danimarca h 13:30
* Giappone – Camerun h 16:00
* Italia – Paraguay h 20:30

L’attesissima partita dell’Italia alle 20.30 è anticipata dalle dichiarazioni di Lippi:”Ho gran fiducia nell’Italia” e ancora “Vogliamo fare un grandissimo mondiale”

Dall’altra parte, il Paraguay non teme gli azzurri e sogna il colpaccio contro i campioni del mondo in carica.
L’esordio mondiale contro l’Italia è distante solo poche ore, ma la squadra sudamericana si dichiara pronta a stupire.
Il ct paraguaiano, l’argentino Gerardo Martino, nasconde la formazione e decide di non far vedere alla stampa neanche i primi 15 minuti di rifinitura. Mentre nei giorni scorsi Santa Cruz, Valdez e Barrios hanno assicurato che affronteranno gli azzurri senza alcun timore reverenziale. Anzi, proprio Santa Cruz si è detto addirittura sicuro della vittoria.

Maxischermo per i Mondiali negli ospedali romani

L'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e l'Istituto Dermatologico San Gallicano diventeranno «una piazza»

ROMA - Un maxischermo per seguire, anche dalla corsia di un ospedale, le partite della Nazionale italiana di calcio ai Mondiali 2010 in Sudafrica. A partire dall'esordio di questa sera, alle 20.30 contro il Paraguay. È l'iniziativa lanciata dal direttore generale dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena e dell'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma, Francesco Bevere. La proiezione delle partite degli azzurri sarà aperta non solo ai pazienti degli Istituti, ai loro familiari e al personale in servizio - riferisce una nota - ma anche a tutti i cittadini del XII Municipio di Roma che volessero condividere questi momenti di svago.

IL PROGETTO DEGLI OSPEDALI - «La persona prima di tutto» è lo slogan, ricorda l'ospedale in una nota, che accompagna tutte le iniziative rivolte a soddisfare i bisogni delle persone ospitate nei nostri Istituti. È all'interno di questo progetto che si inserisce anche questa ennesima iniziativa, con l'obiettivo di contribuire a migliorare la qualità di vita degli ospiti degli Istituti e dei loro familiari, permettendogli di recuperare e vivere momenti di normale quotidianità.

«L'OSPEDALE COME UNA PIAZZA» - «La nazionale di calcio in una caratteristica è unica: durante i Mondiali - afferma in merito all'iniziativa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo Sport, Rocco Crimi - durante i Mondiali riesce a trasportare tutti gli italiani in una dimensione parallela, in cui si parla di calcio e si vive con i tempi del calcio. L'iniziativa è apprezzabile proprio per questo: grazie al maxi schermo, l'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e l'Istituto Dermatologico San Gallicano diventeranno una piazza, una delle tante in cui le famiglie si troveranno per fare il tifo».

«COLLABORAZIONE, AGGREGAZIONE, SUPPORTO» - «Riteniamo - ha affermato il Direttore Francesco Bevere - che il compito di una struttura ospedaliera al servizio delle persone, non sia solamente quello di garantire la qualità e l'appropriatezza delle cure ma, al pari, quello di saper soddisfare a pieno i bisogni inespressi degli assistiti». E ancora: «Con questa iniziativa vogliamo dimostrare come e quanto i nostri Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico siano radicati nel territorio e come quest'ultimo diventi stimolo e sostegno alle nostre iniziative, in uno spirito globale di collaborazione, aggregazione e supporto reciproco».

Redazione online - corriere.it