Basket: Siena-Milano 72-74, ora la bella

Finale scudetto infinita quella tra Milano e Siena. In gara-6 della serie, l'EA7 Emporio Armani Milano ha espugnato la fortezza dei toscani imponendosi 74-72 e annullando il match point a favore della Montepaschi, giunta ad un soffio dall'ottavo scudetto consecutivo. Sul punteggio di 3-3 nella serie, il titolo 2013/2014 si deciderà quindi venerdì a Milano. La partita di stasera, tirata fin dal primo secondo, si è decisa a fil di sirena, quando Jerrells ha centrato la retina gelando le tribune del PalaEstra. Sin dall'avvio si lotta su ogni pallone. Hunter è il faro di Siena, scrivendo il +4 in avvio (6-2) e firmando i primi 10 punti della sua squadra. Milano si fa portare avanti da Langford e Gentile: l'americano firma il primo vantaggio al 4' (6-7) e poi quello successivo al 7' (13-15) confezionando un gioco da tre punti. Samuels ha problemi di falli (due nel primo periodo) ma il suo sostituto Lawal sigla il +4 (17-21) a 31 secondi dalla prima sirena.
Carter accorcia le distanze, il solito Hunter controsorpassa, Viggiano aggiunge cinque punti personali per il massimo vantaggio casalingo sul 32-27 al 15'. Moss entra in partita e segna 4 punti, Wallace prende il posto di Lawal, anche lui con problemi di falli, e segna i canestri che riportano avanti Milano all'intervallo. Gli ospiti tentano la fuga nel terzo periodo: la tripla di Langford vale il +8 (38-46), una grande schiacciata di Gentile (che alla fine sarà il miglior marcatore della serata con 23 punti) vale il +9 (41-50) con Siena che fatica a trovare le contromisure adeguate. Un ottimo Lawal schiaccia il +11 al 29' (50-61). Kangur firma il +10 al 31' (55-65), poi Siena trascinata da Haynes piazza un parziale di 11-0 che fa esplodere il palazzo. Milano replica con una tripla di Melli, quindi con Gentile per il 70-69 esterno a 3' dalla sirena. Dopo un libero di Haynes, Jerrells va a segno per il 72-70 a 2'05", poi ancora Haynes pareggia a 1'09". Samuels commette fallo in attacco, Janning ha il canestro dello scudetto a 13 secondi dal termine ma non fa centro; Jerrells sulla sirena trova la retina e porta tutto a gara7.
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SuperMario c'è, l'Italia pure 2-1 all'Inghilterra

Good morning Italia! A Manaus Italia-Inghilterra è finita poco prima delle 2 del mattino e gli azzurri di Cesare Prandelli salutano il loro approdo ufficiale a Brasile 2014 (la Torcida tifa per loro) con doppio ciak e un "buona la prima".

Sciolto il primo dubbio al debutto: Mario Balotelli c’è, e il gruppo pure. La Nazionale batte l’Inghilterra (2-1) con un gol del suo maggiore talento, il più amato e il più fischiato – dagli inglesi sugli spalti -, SuperMario. Un Balotelli concentrato al punto da cantare per intero anche l’inno di Mameli.

Una vittoria di misura, perché la “giovine Inghilterra” non sarà il massimo del panorama Fifa, ma è comunque una squadra che gioca molto di più al calcio rispetto alla sua classica tradizione fatta di corsa e di lotta, prima della birra tonificante al pub di Manaus. Ma la legge impietosa del campo però la punisce, o meglio a punirla è una Nazionale che pensa bene con i piedi e lo fa con i veterani (Pirlo, De Rossi e Barzagli) e con i muscoli e la corsa dei "saranno famosi" – si spera -, Verratti e Candreva. Quest’ultimo, il laziale, sulla destra ha dominato, ricordando la furia di fascia di un certo Zambrotta, anno mondiale di Germania 2006.

“Quite”, direbbe mister Hodgson. Giusto, calma e gesso, teniamo i piedi per terra, siamo solo all’inizio di questa nuova campagna di Cesare. Un avvio in cui potremmo parlare quasi di un “good match” a tutto tondo, se non ci fossero ancora delle sbavature difensive (maluccio l'oriundo Paletta) da ripulire. Ma non si può avere tutto e subito, anzi si è visto qualcosa di più e di meglio del previsto.

Il richiamo della foresta amazzonica in avvio induce alla cautela le due misteriose creature in campo. Un inizio, quello azzurro, alla “stiamo attenti sono inglesi” e dall’altra parte la nazionale di sua maestà la Regina, portando ancora i segni dell’ultima ferita subita contro di noi ai quarti di Euro2012 (sconfitta ai rigori con tanto di “cucchiaio” di sir Pirlo) , gioca di rimessa e i suoi contropiedisti sono rapidi e soprattutto giovani come detto. Se il nostro Cesare ha fatto scendere l’anagrafe dell’Italia sotto i 28 anni, Hodgson in Brasile ha portato in rosa ben sette under 23.

Il monumento della nostra Nazionale, Gigi Buffon salta la prima per distorsione alla caviglia e via twitter fa sapere che la vita è comunque una cosa meravigliosa anche se dovesse fare da spettatore a questo Mondiale. Speriamo di no, però a onor del vero il suo vice Sirigu (che da due anni è un punto di forza del Paris Saint Germain) ha fatto un ottimo esordio, attentissimo e reattivo quanto un Gigi mondiale. Incolpevole il portiere sardo sul gol del pari di Sturridge, uno dei quattro del Liverpool campione d’Inghilterra con capitan Gerrard, Johnson e Sterling, che disegnano una fisionomia un po’ più vivace e imprevedibile della squadra inglese, ma tutto ciò non basta a fermare la banda Prandelli.

L’Italia davanti a Sirigu ha schierato Darmian Barzagli, Paletta, Chiellini; De Rossi; Pirlo, Marchisio, Candreva, Verratti; Balotelli. A chi piace la scienza modulistica si tratta di un 4-1-4-1 (molto variabile davanti e dietro) con De Rossi basso e due playmaker, Verratti e Pirlo a dettare i tempi per gli sganciamenti esterni di Candreva e Darmian sulla destra, dove il primo ha sfondato a suo piacimento. La sinistra soffre di più, con un Chiellini che ormai dà il meglio (anche nella Juve) nella fase difensiva e meno in quella di proposizione. E questo è un dato su cui il ct rifletterà. Dopo un inizio da tiki-taka all’italiana, la scossa l’ha data la botta da fuori area di un Marchisio molto in palla, 1-0 (al 35'). Passano però tre minuti e sulla progressione dell’attesissimo Rooney (convince sempre a metà il parrucchino del Manchester United) Sturridge infila, segna, ringrazia e ci danza pure su.

L’Italia non sembra desta, ma Balotelli e Candreva (palo clamoroso per lui e tanta roba) comincia un tiro a bersaglio contro la porta di Hart che finisce al fischio di chiusura dei primi 45’ e riparte subito in avvio di ripresa: su un cross baciato di Candreva Balotelli insacca di testa. E’ il gol del 2-1. Gli inglesini accusano il colpo, l’Italia tampona e riparte di slancio. La tanto temuta staffetta Balotelli-Immobile, in caso di complicazioni in corso d’opera, diventa una standing ovation per un Mario brasilero. La punizione alla Zico, anzi alla Pirlo che si stampa sulla traversa è un momento di liberazione per l'Italia che allontana l'ultimo forcing inglese e qualche spettro che aleggiava ala vigilia e del quale chi scrive confessa di essere stato anche un po’ vittima. A proposito di vittime: ognuno ha la sua “Corea” e da ieri per l’Uruguay – grande favorito del nostro “girone della morte” - si chiama Costa Rica. La piccola nazionale costaricana a sorpresa scatta al primo posto rifilando un 3-1 a Cavani e compagni. E adesso, mentre Inghilterra e Uruguay tremano, venerdì 20 giugno a Recife Italia-Costarica sarà big-match per il primato del gruppo D.
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Il secondo gol italiano, autore Balotelli (Lapresse)

Ian Rush colpisce ancora: «Inglesi cotti, vincerete voi»

Un solo campionato in Italia, ormai 25 anni fa. E il calcio britannico nella testa e nel cuore. Forse il pronostico di Ian Rush, da gallese orgoglioso, è condizionato proprio da questo. Ma lui è uno dei pochi ad assicurare che tra Inghilterra e Italia, siano gli azzurri i veri favoriti.


«L’Italia è avvantaggiata perché farà molto caldo - spiega l’ex attaccante che ha giocato con la Juventus nella stagione ’87-’88, ed è ancora in cima alle classifiche dei marcatori del Liverpool -. Poi, la vostra squadra ha giocatori fortissimi. Anche l’Inghilterra ha ottimi nomi come Rooney e Gerrard e abili giovani come Sterling, ma se vuole avere una possibilità di vincere deve attaccare di più. Gli inglesi giocano troppo in difesa perché sono deboli su quel lato, ma hanno bisogno di fare più gol se vogliono progredire».

Secondo Rush, che commenterà i Mondiali per le reti di Sky e per alcune televisioni cinesi, i calciatori inglesi giocano bene nelle squadre di club alle quali appartengono, ma non sembrano in grado di fare gioco di squadra quando si tratta della Coppa del Mondo. «Sono bravi individualmente ma non insieme», dice Rush, «e il clima caldissimo di Manaus non li aiuterà di certo. Il problema è che il campionato inglese è il più impegnativo del mondo. È troppo, sia dal punto di vista fisico che mentale, chiedere ai giocatori di dare il meglio di loro stessi ai Mondiali dopo che si sono stancati tanto nel campionato nazionale».

Rush pensa addirittura che l’Italia sia una squadra quasi invincibile. «O almeno - dice -è un avversario pericoloso per gli inglesi che faranno fatica a battervi. Ha una difesa nella quale è difficile penetrare. Mario Balotelli ama giocare al caldo e rappresenterà il punto di forza della vostra squadra, facendo la differenza con l’Inghilterra. È vero che ha un carattere imprevedibile ma, quando si tratta di partite chiave, come questa del Mondiale, Mario diventa bravissimo e la squadra può contare senz’altro su di lui per vincere la partita».

Del nostro paese, dove è rimasto per una stagione, quando aveva ventisei anni, Rush ha un ricordo bellissimo: «Ho imparato moltissimo, sul vino e sul calcio. L’unica cosa che non mi piaceva era il tipo di gioco perché da voi si stava molto in difesa mentre al Liverpool, dal quale venivo, eravamo sempre in attacco. Alla Juventus, dove ho giocato, si accontentavano di fare 1-0. Raggiunto il vantaggio, lo si difendeva e basta. Al Liverpool invece segnavamo 2, 3 e anche 4 gol. Sono rimasto per 15 mesi alla Juve e ho fatto 14 reti, più degli altri giocatori, ma non ero contento. E se non sei contento, non giochi bene».

Rush ricorda che Giovanni Paolo II aveva una sua foto nell’ufficio in Vaticano. «Mi ha fatto moltissimo piacere quando l’ho saputo perchè sono cattolico e credente», continua. Cresciuto a Flint, una cittadina del Galles, sull’estuario del fiume Dee, da genitori «cattolici e grandi lavoratori», Rush ha rischiato di morire di meningite a sei anni. La malattia l’ha lasciato con un fisico asciuttissimo che non accumula peso. Oggi fa l’ambasciatore per il Liverpool, oltre che il direttore del “Welsh Football Trust”, l’associazione che promuove il calcio in Galles.
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SE I GOL NON BASTANO. NON SI FERMANO LE PROTESTE CONTRO LA “DITTATURA DELLA FIFA”

37688. SÃO PAULO-ADISTA. I primi gol del Brasile non cancellano il disincanto della popolazione nei confronti della Coppa del Mondo (stando a un recente sondaggio dell’Istituto Datafolha, è addirittura il 55% della popolazione a ritenere che i mondiali produrranno più costi che benefici; v. Adista Notizie n. 17/14). Non è, in realtà, disamore per il calcio, sempre e comunque “la passione nazionale”: è la “dittatura della Fifa” – con tutto ciò che comporta, complice il governo di Dilma Rousseff, in termini di costi (astronomici), di sprechi, di imposizioni (neppure l’acqua, se di marca diversa dalla Crystal, l’acqua minerale della Coca Cola Brasile, è ammessa negli stadi), di militarizzazione (180mila gli agenti impiegati, un record nella storia dei Mondiali) – il bersaglio delle denunce e delle proteste. Quelle proteste esplose in maniera tanto inattesa quanto clamorosa nel giugno del 2013 (v. Adista Notizie n. 25/13) e poi susseguitesi lungo il corso dell’ultimo anno (pur senza mai toccare lo stesso livello di partecipazione), fino alla partita di inizio Brasile-Croazia (e oltre: molte le attività previste durante l’intera durata della Coppa). 
Ma non tutte le contestazioni hanno lo stesso segno, come sottolinea il sociologo Marcelo Kunrath Silva in un un’intervista concessa a IHU on line (n. 422). Per prima cosa, spiega, vi è la parte della popolazione – la cui espressione più organizzata è la rete dei Comitati popolari della Coppa – direttamente colpita dalla realizzazione delle opere legate ai Mondiali e dagli altri interventi previsti, a cominciare dall’allontanamento dei venditori ambulanti per finire alle espulsioni, in molti casi estremamente violente, di famiglie e comunità povere: sarebbero al momento oltre 16mila – secondo il dossier diffuso dal Comitato Popolare della Coppa e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dal titolo “Megaeventi e violazioni dei diritti umani” – le persone espulse in seguito alla costruzione di infrastrutture o per esigenze di “pulizia urbana” in aree di interesse turistico. 
In secondo luogo, prosegue Kunrath Silva, si assiste alla protesta contro lo spreco di denaro pubblico, a scapito di settori come salute, educazione e trasporto pubblico (checché ne pensi Ronaldo, secondo cui «la Coppa non si fa con gli ospedali»): solo per gli stadi, la spesa è stata triplicata, toccando, se non superando, i 2.500 milioni di euro (contro i mille spesi per i mondiali in Sudafrica). 
In terzo luogo, hanno recuperato il loro protagonismo – anche un po’ in controtendenza rispetto al carattere spontaneo della mobilitazione del giugno del 2013, legata essenzialmente ai social network – le organizzazioni dei lavoratori, le quali hanno individuato nello svolgimento della Coppa del mondo un’occasione preziosa per far valere le proprie rivendicazioni. È stato questo, per esempio, il caso dello sciopero dei lavoratori della metropolitana a São Paulo, come prima, durante il Carnevale di Rio, quello dei lavoratori della nettezza urbana, conclusosi, di fronte al rischio che i rifiuti ricoprissero la città in un periodo di grande afflusso turistico, con la conquista di aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Ed è il caso, anche, del MTST, il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto, che, alla vigilia della Coppa, ha riunito più volte migliaia di manifestanti per le strade e occupato un’area vicino allo stadio di Itaquerão, a São Paulo, costringendo il governo a cedere alle sue richieste: l’esproprio del terreno con la costruzione di 2mila case popolari, la creazione di una commissione interministeriale sulla questione degli sgomberi e la revisione del programma federale “Minha Casa, Minha Vida”.
E se è prematuro, come sostiene Marcelo Badaró Mattos (Rubra, 10/5), docente di Storia del Brasile all’Università Federale Fluminense, parlare di «un nuovo ciclo di crescita delle lotte organizzate della classe lavoratrice in Brasile» – dipendendo questo tanto dalla capacità di coinvolgere i settori più precari e meno organizzati dei lavoratori quanto dall’affermazione di una nuova e assai più combattiva leadership sindacale –  è comunque significativo l’aumento del numero di scioperi registrato negli ultimi tempi, in risposta «ai bassi salari, alla perdita di diritti e alle pessime condizioni di lavoro», soprattutto in settori come quello dell’edilizia, salito alla ribalta con le grandi opere del Pac (il Programma di Accelerazione della Crescita promosso dal governo prima di Lula e poi di Dilma) e dei grandi eventi (Mondiali di calcio e Olimpiadi: nove gli operai morti nei cantieri degli stadi). 
Quel che è certo, come sottolinea al riguardo il sociologo Paulo Baía, dell’Università Federale di Rio de Janeiro, è che «i movimenti sociali vivono di occasioni politiche e la Coppa rappresenta un grande momento di visibilità per tutti» (Bbc Brasil, 10/6). Un momento perfetto «per la grande politica» – evidenzia Elaine Tavares su Brasil de Fato (28/5), a proposito della manifestazione di protesta promossa anche dai popoli indigeni, a Brasilia il 27 maggio, contro i ritardi nella demarcazione dei loro territori – per la politica, cioè, «che ragiona in maniera complessiva sui problemi strutturali del Paese, come è il caso della concentrazione della terra, sia nei campi che nelle città. Se non ora, quand’è che i movimenti potrebbero ottenere visibilità?». Del resto, sottolinea ancora Tavares, «il governo sta facendo politica con la Coppa esattamente come i lavoratori, i senzatetto, gli indios. Tutti stanno facendo politica». Impossibile, quindi, ricoprire l’evento di un velo protettivo, come se si trattasse appena di «una festa popolare bella e allegra che alcuni “malfattori” vogliono rovinare. Perché non lo è». E se, tra le forze che protestano contro i Mondiali ci sono anche – lo rivela pure Kunrath Silva – quelle di destra che approfittano della situazione per remare contro il governo di Dilma Rousseff, questo, conclude Tavares, «non può certo essere un problema imputabile ai lavoratori e ai militanti sociali», i quali sanno «qual è il gioco politico che si nasconde nella Coppa del Mondo e, giustamente, fanno il loro».

Cartellino rosso
Neppure la Chiesa rinuncia a far sentire la propria voce in occasione dei Mondiali. Se, già lo scorso marzo (v. ancora Adista n. 17/14), la Conferenza episcopale aveva definito inammissibile che la Coppa finisse «per aggravare le disuguaglianze urbane e la devastazione ambientale» e per giustificare «l’adozione progressiva di uno stato di eccezione», alla vigilia dei Mondiali l’episcopato ha alzato ancora il livello della denuncia, diffondendo nelle 12 città interessate dall’evento un volantino in tre lingue (portoghese, inglese e spagnolo) che non risparmia critiche al governo: è un «cartellino rosso», infatti, quello che i vescovi mostrano all’amministrazione Dilma per l’esclusione dei cittadini dalle decisioni relative alle grandi opere realizzate per la Coppa, per l’espulsione di famiglie e comunità povere, per l’appropriazione dell’evento sportivo da parte delle imprese private, per le violazioni della legislazione sull’ambiente e sul lavoro, per «l’inversione delle priorità» nell’uso del denaro pubblico, che, denunciano i vescovi, avrebbe dovuto, al contrario, privilegiare i settori della salute, dell’educazione, del trasporto, della sicurezza. Il Brasile, spiegano, deve diventare «un immenso campo di calcio» in cui tutti sono «chiamati a formare un’unica squadra», tutti «titolari del gioco della vita che non ammette spettatori». E proprio nell’ambito dell’iniziativa “Jogue a favor da vida”, l’11 giugno, a Brasilia, vescovi, religiose e religiosi, preti, rappresentanti delle diverse pastorali hanno promosso una marcia in memoria delle vittime della tratta di esseri umani e della schiavitù, per richiamare l’attenzione sul problema del traffico di persone, destinato a crescere in occasione dei grandi eventi. E lo stesso giorno, sempre a Brasilia (e il giorno a prima a Rio de Janeiro), la Chiesa cattolica tedesca, in collaborazione con la Conferenza episcopale brasiliana e la Conferenza dei religiosi e delle religiose del Brasile, ha presentato la campagna Steilpass (“assist”), con l’intenzione di consegnare al governo Dilma «Dieci regole per un gioco pulito e giustizia per tutti», come la garanzia di un lavoro dignitoso; l’accesso a un’istruzione pubblica completa; il controllo democratico della giustizia e dei mass media; un’equa riforma agraria; il rispetto per la pluralità culturale dei popoli; la lotta alla corruzione; l’assistenza sanitaria per tutti. (claudia fanti)

Mondiali, azzurri lasciano Mangaratiba

(ANSA) - MANGARATIBA (BRASILE), 13 GIU - Il pullman con a bordo la Nazionale ha lasciato il ritiro del Portobello resort, a pochi chilometri da Mangaratiba, e si è diretto verso l'aeroporto militare di Santa Cruz. Gli azzurri si imbarcheranno poi sul charter che li porterà a Manaus, dove domani affronteranno l'Inghilterra. E' partito con la squadra anche Mattia de Sciglio, che ieri ha avuto un infortunio muscolare.
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Brasile 3 Croazia 1. Show del duo comico Neymar-Nishimura. Cerimonia d'apertura banale e scontro con i black bloc

Dall'1 a 1 che tutti pensavano come risultato finale, al trionfo immeritato della Seleção

di Massimo Melani

Brasile 3 Croazia 1. Show del duo comico Neymar-Nishimura. Cerimonia d'apertura banale e scontro con i black bloc
I carioca esultano dopo il rigore inesistente trasformato da Neymar
Colori: giallo e blu; ritmo: un miscuglio di canzoni e balli incomprensibili eseguiti dal pubblico in pieno tema Carnevale di Rio; e, finalmente il calcio, la partita: da ufficio inchiesta!
Queste sono state le componenti della cerimonia d’apertura dei Mondiali di Calcio brasiliani, all’Arena Corinthias, precedentemente al primo incontro del torneo fra Brasile e Croazia.
Lo show, alquanto modesto, si è tenuto davanti al presidente Dialma Roussef e ad altre personalità mondiali.
Più di 660 comparse, hanno rappresentato la storia, la cultura e le bellezze del Brasile, il tutto al ritmo scontato di capoeira.
Poi si è dischiuso un enorme pallone da calcio ove all’interno è posizionato il palco per il finale col botto, rappresentato dall’esibizione del rapper americano Pittbull, che congiuntamente alla procacissima Jennifer Lopez e alla cantante pop brasiliana Claudia Leitte, ha cantato l’inno ufficiale dei Mondiali, intitolato «We are One».
Il tutto in 25minuti, quasi mezz’ora di celebrazione al  Déjà vu, al visto e rivisto, allo scontato più scontato che possa esistere, 25minuti di festa solo carioca, senza niente di originale da far strabuzzare gli occhi.
Intanto, fuori dall’impianto sportivo, si svolgono varie manifestazioni di protesta organizzate da diverse associazioni che costituiscono la policroma galassia del movimento “No Copa”, che raduna, nella disapprovazione contro le spese per l’organizzazione dei Mondiali, studenti, insegnanti, operai, sindacalisti, disoccupati, abitanti delle favelas e poveri senza un tetto. 
La manifestazione è, poi, degenerata in violenti scontri a San Paolo quando alcune decine di black bloc si sono, come sempre, infiltrati in un corteo pacifico e hanno cominciato a lanciare sassi e bottiglie contro la polizia locale.
Due giornaliste della Cnn, un fotografo argentino dell’Associated press ed il cameraman di una tv locale sono rimasti feriti, mentre una dozzina di contestatori sono stati arrestati.
L’accorato appello di Papa Francesco, che ha inviato un messaggio d’auguri in portoghese auspicando «una festa di solidarietà tra i popoli in tutta serenità e tranquillità’», è caduto quasi totalmente nel vuoto, nel più grande Paese cattolico del mondo. 
Alla fine la partita Brasile Croazia, che ha messo in mostra due macchiette niente male: il funambolico Neymar e l’arbitro giapponese Nishimura.
Due caricature, rispettivamente di giocatore e di direttore di gara, che alla fine hanno deciso il destino del match.
Parte molto bene la Croazia che per ben due volte va vicino al goal, al terzo tentativo però ci pensa uno sconsiderato tocco di Marcelo che batte imparabilmente Julio Cesar. Uno a zero più che meritato per la Croazia.
Come ci aspettavamo parte l’assalto, ma non devastante, del Brasile che alla fine pareggia con un golletto di Neymar aiutato da un tuffo fantozziano del portiere della Croazia Pletikosa.
Il gioiello carioca, nel frattempo, si è già messo in mostra per alcune simulazioni e, a metà gara, per una manata a un giocatore croato, viene punito con un’ammonizione.
Piano, piano il numero 10 del Brasile presenta il suo vero volto, quello di un giullare che se solo gli rifiati a un metro dal collo stramazza mezzo morto a terra...
Dopo un primo tempo vibrante arriva una ripresa al Tavor.
La Seleçao mostra enormi difficoltà a creare occasioni, infiammata ogni tanto da qualche accelerazione di Cesar e Neymar.
Ormai gli scommettitori che avevano puntato sul pareggio si stanno sfregando le mani, quando il burattino numero due, l’arbitro giapponese, s’inventa un rigore per un fallo inesistente di Lovren su Fred.
Neymar si accomoda la palla sul dischetto e, dopo, finte e controfinte, interruzioni di corsa, balletti da Bolshoi e sculettanti mosse alla Lola Falana, tira in bocca al portiere, che essendo una chiavica si lascia sfuggire il pallone, che mestamente va in rete.
Nel finale il terzo goal di Oscar toglie molte preoccupazioni e pressioni al Brasile.
Recrimina legittimamente la Croazia, che si è vista estirpare un giusto pareggio dalla nuova accoppiata comica Jerry Lewis e Dean Martin, mentre i dirigenti della Seleção, vista la scarsità della squadra che dovrebbe vincere i mondiali, sono già in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Aparecida a Rio, con la speme che la divin mulher posso donare al Brasile un altro arbitro come Nishimura. Così sì che vince le parite!
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Verso i mondiali... Il Vangelo del football


​Garrincha conosceva un movimento solo ma lo ripeteva così bene, che sembrava sempre nuovo. Finta, controfinta, poi scatto sulla destra a saltare l’uomo. Inesorabilmente. Eusebio da ragazzo faceva il lustrascarpe e lo chiamavano "ninguem" cioè "nessuno". Con i piedi però disegnava capolavori, un artista del pallone, forse il più grande che il Portogallo abbia avuto. Perché il campo di calcio non inganna, è uno dei pochi posti al mondo dove non conta chi sei o da dove vieni, tantomeno chi ti raccomanda.

Se non hai tecnica, e coraggio, e fame agonistica, la concorrenza ti divora. E invece la storia del prato verde è piena di poverissimi ricchi di talento, di ultimi che diventano primi, di pietre scartate che vengono usate, per così dire, come testata d’angolo. Il riferimento alle Scritture non è casuale, richiama il rapporto con l’Assoluto e, insieme, le radici stesse del "football" dove – sottolinea Gianni Mura – «non è sufficiente sembrare, occorre essere».

Il tema è al centro di un breve ma arguto saggio edito dalla Claudiana. In Bibbia e calcio (pagine 96; euro 9.50), Marco e Tobia Dal Corso, padre e figlio, rispettivamente teologo e studente liceale, approfondiscono affinità e differenze tra la Parola e il mondo del pallone, mettono a confronto l’idea biblica di libertà con il bisogno di giocare, il sogno profetico con l’immaginazione sportiva, il tema dell’ospitalità con la presenza sempre più massiccia di stranieri e oriundi nelle nostre squadre. Il punto di partenza non può che essere la dimensione per così dire liturgica della partita, un rito laico che spesso sconfina nella superstizione, e qualche volta straripa nel cattivo gusto, se non proprio nella blasfemia. Esemplare in questo senso la "canonizzazione" di Diego Armando Maradona, ribattezzato san Gennarmando e portato in processione dai tifosi del Napoli per lo scudetto vinto nel 1987. O forse più semplicemente, quella goliardata non era che la certificazione di come il calcio resti in fondo un gioco, dove le sconfitte, come le vittorie, vengono dimenticate così in fretta che bisogna inventarsi l’inimmaginabile per scolpirle nella memoria. Hai voglia a contare gli scudetti, a illuderti di scrivere la storia con un’azione fenomenale o un gol da cineteca.

Nel mondo del pallone si consuma tutto in un’ora e mezza e ogni partita rappresenta un nuovo inizio, fa storia a sé, è un’altra pagina bianca da scrivere. Detto in altro modo, lo sport, il calcio, educano all’inutilità, che non significa spendersi per cose che non servono, ma recuperare il gusto della bellezza, stare con le persone, non per il vantaggio che ne possiamo trarre, ma in modo libero e creativo. Del resto – scrivono Marco e Tobia Dal Corso – un’immagine religiosa per eccellenza come il Paradiso «è totalmente inutile se messa alla prova dello spirito pratico e tecnologico moderno». Eppure la felicità non la incontri nelle cose che hai, ma nella fatica di conquistarle, nello spirito con cui le usi, nella virata che sai dare alla tua vita quotidiana.

Puoi leggere mille manuali ma poi nel cuore ti resterà la frase di un romanzo, nella memoria l’eco di una poesia, negli occhi un colore, una magia. Quelle, sotto forma di dribbling e serpentine, che hanno reso famoso Gigi Meroni. In lui, nella "farfalla granata" morta a 23 anni appena, è racchiusa l’essenza stessa del calciatore, che per dirla con De Gregori, lo «vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia». E di nuovo il pensiero torna alla Scrittura. Perché nella Bibbia si è uomini nella misura in cui si è capaci di dialogo con Dio, di gratuità e disinteresse verso l’altro. E coraggio significa lasciarsi guidare dal desiderio ben oltre il bisogno, inseguire la libertà ben oltre la paura, essere consapevoli che le partite, come la vita, si "vincono" solo insieme.

Come in un’orchestra, c’è bisogno di un direttore e di un primo violino, dei fiati come degli ottoni. E allora sarà possibile la sinfonia del calcio totale, quella immaginifica e armoniosa, dell’Olanda disegnata da Rinus Michels negli anni 70, l’Olanda dei Krol e dei Neeskens, guidata in campo da Johan Cruijff perfetto mix di tecnica sopraffina e furore agonistico. La stessa nazionale orange che di lì a poco avrebbe accolto i primi oriundi nati nel Suriname piuttosto che nelle Molucche.

Una specie di avamposto dei nuovi cittadini europei che in Italia sono stati incoronati campioni del mondo con Camoranesi e oggi propongono il bresciano d’importazione Balotelli alla guida dell’attacco. La presenza degli stranieri di casa nostra è la fotografia di una nuova realtà geopolitica e insieme un richiamo ai valori biblici dell’accoglienza e dell’ospitalità, nel segno della ricerca del più indispensabile dei valori inutili. Quello che farà dire alla teologa tedesca Dorothee Solle: «Se dovessi spiegare a un bambino la felicità?. Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare».

Riccardo Maccioni - avvenire.it

Per i prossimi 7 ed 8 giugno il Volo Libero Val Comino ha organizzato il terzo raduno di deltaplani e parapendio


Per i prossimi 7 ed 8 giugno il Volo Libero Val Comino ha organizzato il terzo raduno di deltaplani e parapendio che per tradizione passa sotto il nome di "Ciao Caro". Teatro della manifestazione la splendida cornice dei monti della Val Comino, sul versante laziale del Parco Nazionale d'Abruzzo. Per entrambe le giornate centro dell'organizzazione sarà l'atterraggio in località Campo Guerrano nel comune di San Donato V.C. (Frosinone), dove i piloti si ritroveranno verso le ore 9, mentre in piazza Coletti avverranno le procedure di registrazione mezz'ora dopo. Il decollo di questi mezzi privi di motore, che volano sfruttando le correnti ascensionali provocate dall'irraggiamento solare del suolo, avverrà dalla località Tre Ponti a quota 1150 a partire da mezzogiorno. Da qui i piloti, condizioni meteo permettendo, potranno sorvolare la catena delle Mainarde ed il monte Meta, alto 2240 metri e distante circa venti chilometri dal decollo. Alla sera nella piazza centrale del paese è prevista una cena offerta dagli abitanti di San Donato e l'esibizione di un gruppo folcloristico musicale, il sabato, sostituito la domenica sera dalla consegna dei riconoscimenti ai partecipanti. Lo spirito delle due giornate, dedicate alla memoria del pilota Angelo Antonio D'Aguanno, sarà quello dell'amicizia e del volo libero inteso, non solo come volo senza motore, ma anche libero da vincoli competitivi, non potendo classificare come tali le prove d'abilità previste in atterraggio. Lo scorso anno si contarono settanta intervenuti, numero che gli organizzatori si apprestano ad eguagliare, se non battere. Per il trentesimo anno ad Alpe di Siusi in Val Gardena, nella parte occidentale delle Dolomiti, il Deltaclub Schlern di Terlano (Bolzano) organizza per il 21 e 22 giugno la festa della giornata più lunga dell'anno che, condizioni meteo permettendo, si spera sarà favorevole alla pratica del volo libero in deltaplano e parapendio. La manifestazione è pensata come raduno di piloti con contorno di musica live e d.j. Chi vuole può atterrare presso il rifugio Spitz Bühl a quota 1980 metri, oppure raggiungerlo in seggiovia. Qui gran parte dei piloti trascorreranno la notte tra sabato e domenica in attesa dell'alba ed ammirare il fantastico panorama dello Scillar, di Punta Santnere, godere dell'ampia veduta sulla conca di Bolzano, prima di riprendere il volo. Diversamente sarà possibile partecipare alla festa in atterraggio, soggiornare negli alberghi vicini e partecipare a nuovi voli la domenica. 

 Gustavo Vitali Ufficio Stampa FIVL (ASC - CONI) 
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