Sport e fede. Babe Ruth, l'ultimo lancio del ribelle convertito

Babe Ruth, l'ultimo lancio del ribelle convertito

Lo chiamavano Babe (il “Bambino”), ma del baseball è stato un gigante, forse il più grande giocatore di tutti i tempi. Di sicuro George Herman Ruth, nato nel 1895 a Baltimora e morto a New York nel 1948, è diventato non solo una star di questo sport ma anche un’icona della cultura americana. Un mito ancora vivo come dimostra il nuovo record toccato lo scorso giugno per una sua maglietta venduta in un’asta di New York a 5,64 milioni di dollari (pari a 5 milioni di euro): il prezzo più alto mai pagato per un oggetto legato al mondo sportivo. Apparteneva peraltro sempre a lui il precedente primato (4,4 milioni di dollari) per un’altra sua divisa venduta nel 2012. È la prova della scia leggendaria lasciata dal fuoriclasse statunitense che iniziò come lanciatore mancino nei Boston Red Sox ma ottenne i successi più importanti come esterno dei New York Yankees. Fu proprio la cessione alla squadra newyorkese all’origine della celebre “Maledizione del Bambino”, una superstizione diffusasi all’inizio degli anni Novanta in America per spiegare il declino di Boston che dopo la cessione di Ruth non trionfò più per 86 anni (dal 1918 al 2004). Al contrario gli Yankees che prima di allora non avevano mai disputato la World Series (la serie finale) con il suo arrivo iniziarono ad entrare nella storia: da squadra di seconda divisione a plurivincitori in Major League (27 i trionfi in bacheca oggi). Babe Ruth a New York aggiungerà quattro titoli ai tre vinti a Boston ma conquistò anche una sfilza impressionante di premi e primati personali. Con Lou Gehrig, l’altro campionissimo del baseball Usa, formò una coppia formidabile. Un affiatamento straordinario rotto solo da un banale litigio nella vita privata che fece sì che i due non si parlarono per anni. Un muro di silenzio che si ruppe solo nel 1939 quando Gehrig già provato dalla Sla, la malattia che porta il suo nome, entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium.
Una scena straziante per i 60mila tifosi accorsi. Gehrig andò al microfono e disse: «Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra... Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere». Travolto dalla commozione fece piangere l’intero stadio, compreso il vecchio amico Ruth che si sciolse, lasciò il suo posto e corse ad abbracciare Lou per consolarlo, senza riuscire a dire mezza parola per le lacrime. A Gehrig che morirà il 21 luglio del 1941 è stato dedicato anche un film,L’idolo delle folle, in cui Ruth è tra gli attori protagonisti nel ruolo di sé stesso. Cinema, libri e articoli di giornale: tutto parla ancora di Babe, ma ciò che rimane sconosciuta, anche a molti suoi fans, è la sua conversione al cattolicesimo. Un evento sorprendente e inatteso vista la storia di questo campione che le cronache hanno sempre dipinto come un inguaribileviveur, dedito al cibo, all’alcol e alla vita notturna. Pesarono non poco nel suo percorso la separazione e le mancanze dei genitori che lo abbandonarono al suo destino quando il piccolo George aveva solo sette anni. Fu spedito senza troppi pensieri al collegio St Mary’s, dai Saveriani, a cui toccò il difficile compito di occuparsi di quel ragazzino incorreggibile che beveva, masticava tabacco, bighellonava le lezioni e commetteva piccoli furti. Era del resto cresciuto nel saloon gestito dai genitori, un locale mal frequentato come confiderà lo stesso Ruth. Eppure a dare una sterzata alla sua vita fu proprio uno dei frati: padre Matthias gli insegnò a giocare a baseball e intuì che quel ragazzo aveva delle doti pazzesche. Fu lui a segnalarlo a Jack Dunn proprietario dei Baltimore Orioles che ingaggiò quello stravagante diciannovenne. Lì fu ribattezzato Dunn’s Babe (il bambino di Dunn) per il talento precoce. E con quel soprannome avrebbe incantato gli States. Tanto estroso in campo quanto sregolato fuori, si guadagnò presto la fama di donnaiolo, bevitore e mangione (giurano che riuscisse a mandare giù anche dieci hot dog di seguito, innaffiandoli con birra e soda a volontà). Ma uno strano tormento gli era rimasto dentro e così alternava eccessi a comportamenti sorprendenti. Qualche anno fa fece scalpore The Big Bamil libro di Leigh Montville che rivelò come Babe Ruth era sempre a messa la domenica e stupiva i suoi compagni squadra quando andava in chiesa al mattino dopo una notte di bagordi. Visitava i bambini negli ospedali e negli orfanotrofi, raccoglieva fondi per la sua vecchia scuola dei Saveriani e faceva regali a padre Matthias «l’uomo migliore che io abbia mai incontrato nella mia vita». La verità la rivelò lui stesso in una lunga lettera, che molti ancora ignorano, scritta poco prima della sua morte in cui confidò di come non avesse mai abbandonato la sua formazione religiosa anche quando cominciò a guadagnare tanti soldi. Pur perso tra i piaceri mondani il suo animo era inquieto: «Mentre mi allontanavo dalla Chiesa, avevo il mio “altare”, una grande finestra del mio appartamento di New York con vista sulle luci della città. Spesso mi inginocchiavo davanti a quella finestra e dicevo le mie preghiere».
E quando pensava di godersi la vecchiaia godendo della gloria e dei fasti della notorietà la diagnosi di un cancro alla gola lo mise alle strette: «Per la prima volta mi resi conto che la morte mi era vicina e chiamai un sacerdote per confessarmi di tutta la mia intera vita». Fu allora che percepì chiaramente come Dio non lo avesse mai abbandonato. Ed è lui stesso a raccontare la notte della definitiva conversione, quando raggiunse una pace imprevedibile di fronte all’aggressività della malattia: «Avevo consegnato la preoccupazione e le mie paure a Dio, che mi guardava con la Sua immensa misericordia». Ammise che il regalo più bello durante i lunghi periodi in ospedale fu la Medaglia miracolosa donatagli da un ragazzino di dodici anni: «Caro Babe, tutta la mia classe prega per te, preghiamo tutti per te. Ti invio una medaglia, indossala e tienila sempre con te». E Ruth così fece portandola con sé anche nella tomba. Scrisse in quella lettera: «Se mi guardo indietro, mi rendo conto che la conoscenza di Dio è stata un grande crocevia per me. Ho capito bene una cosa (e vorrei che tutti i bambini lo capissero): che «Dio è il Boss (il capo). Non solo il mio capo, ma il capo di tutti i miei capi». Parole di un ragazzino ribelle, che per molti anni rimase tale, ma che riuscì alla fine a rivedere tutta la sua esistenza sotto una nuova luce: «Lou (Gehrig) ha detto di essere stato l’uomo più fortunato del mondo… Io mi considero, un po’ da pazzerello, l’uomo più fortunato che sia entrato in scivolata nel XX secolo». L’ultimo lancio di un campione sui generis, felice di aver realizzato il punto più grande, perché in fondo come sentenziò: «Per giocare a baseball occorre essere veri uomini...Non è mai esistito un gioco più adatto del baseball per misurare l’autentico valore di un uomo, quanto a fegato, prontezza, velocità, intelligenza. Il baseball è un gioco che assomiglia alla vita e che alla vita ti prepara. È un gioco di squadra e individuale nello stesso tempo. È un grande gioco. Ognuno di noi, che cammina nella vita, sarà più pronto ad aiutare un compagno se sul campo di baseball avrà imparato che un lanciatore può lanciare anche il suo cuore insieme alla palla… È come in una famiglia, in un gruppo di fratelli che lavorano insieme per raggiungere la stessa meta».
da Avvenire

La sfida. Canestro in sedia a rotelle: la rivincita delle ragazze del basket afghano

Gli allenamenti a Kabul, Ircc
DA Avvenire

Coraggio e determinazione non mancano loro. I primi importanti punti li hanno già messi a segno le ragazze della nazionale afghana di basket in sedia a rotelle: superare la disabilità e dare risposte convincenti ai pregiudizi culturali contro le donne, soprattutto se invalide, grazie allo sport. Nel Paese, che rimane in cima alla classifica dei quattro peggiori luoghi al mondo per le nascite rosa (seguono la Repubblica democratica del Congo, Pakistan, Somalia e India) denuncia Amnesty International, l’87 per cento delle afghane è analfabeta, il 70-80 per cento è costretto a sposarsi forzatamente, alti sono i livelli di stupri, le violenze domestiche e abituali gli attacchi alle scuole frequentate da studentesse. Non a caso, ai colloqui di pace di Doha, fra i punti trattati vi è anche il riconoscimento e il rispetto dei diritti delle donne «nel quadro dei valori islamici». In Afghanistan, dove la scuola rimane ancora un tabù per 3,7 milioni di bambini di cui il 60 per cento sono ragazze, rileva ancora un rapporto Unicef del giugno 2018, per Somaya, Farzana, Nilofar, Saleha, Nadia, Saleha, Kamila, Shabana, Mulkara, Frishta e Jamila, l’impegno nell’agonismo profuma di rivincita e dignità conquistate. Alcune di loro si ritrovano in carrozzina a causa del conflitto, come Somaya, una bella ragazza di 19 anni che nel 2018 è stata premiata col titolo di “Miglior giocatrice” alla Bali cup in Indonesia: a soli 6 anni ha perso la gamba destra a causa di una mina antiuomo. O come Farzana, rimasta paralizzata a due anni per non essersi potuta vaccinare contro la poliomelite, perché decenni di guerra hanno impedito alla popolazione di aver accesso persino alle cure sanitarie di base.
Non si sono piante addosso, giocano e il prossimo novembre porteranno la bandiera afghana a Bangkok per le qualificazioni ai giochi Paralimpici di Tokyo 2020. A rendere possibile tutto questo il Comitato internazionale della Croce rossa (Icrc) che «supporta la squadra femminile con attrezzature, formazione, coaching – spiega Roya Musawi, portavoce dell’Icrc a Kabul – e lavora per lo sviluppo delle capacità della Federazione di basket in carrozzina e del Comitato paralimpico afgani. Le aiuta anche a trovare sponsor. Attualmente in tutto il territorio sono 442 i disabili che praticano l’agonismo, 126 sono donne e 316 gli uomini». Il governo «non fa molto per supportarlo, ma è ufficialmente a favore», conclude Musawi. E a sorpresa pare che anche i taleban non si siano dichiarati contrari. «Questo mi meraviglia non poco – riferisce Shapoor Safari, già capitano delle truppe del “Leone del Panshir”, il Massoud, che il regime taleban lo conosce bene per averlo combattuto per cinque anni – perché quando erano al potere, alle donne non solo era vietata l’istruzione, ma non era permesso guardare la tv, ascoltare la radio in casa, figuriamoci praticare sport. Se una signora si azzardava a scoprire un polso, le veniva recisa di netto la mano. La mia speranza è che alle elezioni di ottobre i taleban non risalgano la china, viceversa sarebbe la fine delle piccole libertà guadagnate. Da musulmano dico: una nazione che non rispetta le sue figlie, non crescerà mai»..