Gallo: «Dopo il "consiglio" degli ultras ho abbandonato la panchina del Brescia»

Non solo razzismo verbale: gli ultrà erano già entrati a gamba tesa sul calcio italiano in estate, impedendo all’ex “bandiera” dell’Atalanta, Fabio Gallo, di accettare il ruolo di viceallenatore del Brescia. Prima che anche Marco Giampaolo, tecnico scelto dalla società, si dimettesse in disaccordo con la piazza, Gallo aveva addirittura cambiato mestiere, in attesa magari di una nuova chance in panchina.

I fatti di domenica a Salerno le hanno fatto rivivere il suo sabato 6 luglio?
«In parte sì. La Digos dovette addirittura organizzare, in un centro sportivo, un incontro con 8-10 esponenti della curva bresciana, miei coetanei o anche più vecchi: erano già capi tifosi quando giocavo a Brescia. Della società non c’era nessuno, solo gli ultrà, io e due poliziotti...».

Perché le chiesero di non affiancare Giampaolo in panchina?
«Sono stato una bandiera dell’Atalanta e per due stagioni anche il capitano. Poteva crearsi un “problema ambientale”, dissero. Avrebbero contestato tutti i giorni la mia presenza al campo. E pensare che da giocatore il Brescia mi aveva valorizzato per tre stagioni, poi, ceduto ai nerazzurri per 2 miliardi e mezzo più la metà dell’attaccante Saurini. Nel ’95 erano cifre elevate...».

La minacciarono apertamente?
«Il loro era un “consiglio” concreto. Avevo già percepito in anticipo l’ostilità, Giampaolo non le dava molta importanza. Sui siti internet bresciani si scatenavano leggende: scrissero che avrei sputato sulla maglia delle “rondinelle”, che ne avrei parlato male, così in quella occasione mi presentai con la rassegna stampa dal ’95 in poi, curata da un giornalista dell’Eco di Bergamo: in nessun articolo diffamavo il Brescia né i tifosi. Neanche gli accusatori ricordavano bene, cercavano solo un pretesto».

Era mai capitato un paradosso del genere, nel calcio italiano?
«Magari in Lega Pro, comunque non si è saputo. Nelle prime due categorie mai la piazza aveva condizionato la scelta di un tecnico perché ex della società rivale».

Poteva essere una sfida. Perché non l’ha accettata?
«Non volevo soffiare sul fuoco e dare altri problemi a Giampaolo, già si era verificata una situazione poco carina alla sua presentazione. Ho grande stima per il mister. che ho avuto come allenatore per due stagioni a Treviso, vincemmo l’allora Serie C1 e ci salvammo in B. Quella decina di ultrà a suo dire rappresentavano tutta la Curva, nei fatti secondo me non sono più di 600 persone. Dieci giorni dopo sono stato a Vinovo per seguire gli allenamenti della Juventus, due bresciani veri mi dissero che si vergognavano per l’accaduto».

Il calcio è ancora ostaggio di queste Curve?
«Purtroppo sì, anche le intimidazioni ai giocatori della Nocerina confermano quello che nessuno vuole dire: una minoranza condiziona tanta gente che vuole andare allo stadio. La critica va fatta sempre in modo civile, senza prevaricazione. A me hanno impedito una possibilità di lavoro, di crescita professionale ed economica, volevo affiancare uno fra i tecnici più quotati d’Italia».

Il Brescia sta dalla parte dei facinorosi?«Mi attendeva un anno di contratto. Neanche sono andato a sottoscriverlo, nonostante gli inviti del presidente Gino Corioni e del direttore sportivo Iaconi. Non aveva senso speculare su questa situazione. Brescia è un ambiente difficile per fare calcio, lo era anche 20 anni fa, quando giocavo».

Lei ora ha lasciato il calcio per sempre?
«No, vorrei ancora fare l’allenatore, in maniera professionale. Ho rinunciato a 40mila euro netti di stipendio per un anno, era il mio debutto in Serie B, ancorché da vice. Ora mi occupo di consulenza assicurativa nel campo della sanità e della previdenza, in provincia di Verona. Ho ricominciato a studiare imparando un lavoro nuovo».

Chi ha solidarizzato con lei?
«Nessuna telefonata è arrivata dall’Associazione allenatori, neanche dal presidente Renzo Ulivieri, mio docente al master di Coverciano, perciò non pagherò la quota di iscrizione. Neppure il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, mi ha chiamato. È come se la città avesse avallato quell’atteggiamento di pochi, chiedevo a tutti la consapevolezza della situazione. Silenzio anche da parte di Damiano Tommasi, al vertice dell’Assocalciatori...».

È pentito di avere ceduto alla contestazione preventiva?
«No, la qualità della mia vita è più importante. Ma resta il fatto che a me è stato negato un diritto al lavoro».

Può accadere solo a Brescia per un ex atalantino o fra salernitani e nocerini?«Nessuna rivalità forse è sentita così tanto. Esistono bergamaschi fidanzati con bresciane ma la settimana della partita non si parlano».

Come si è lasciato, con quei sostenitori così accesi?
«Non li ho più rivisti né sentiti. Ho stretto loro la mano, da persona a posto. Mi auguro soltanto che nessuno di essi debba cercare lavoro a Bergamo. Sarebbe brutto se qualcuno glielo negasse per campanilismo, com’è successo a me».

Vanni Zagnoli - avvenire.it

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