Il Mondiale a Rui Costa A Saronni l’iride​


Forse Giuseppe Saronni è ancora più felice dello stesso Rui Costa della vittoria del Mondiale di Firenze. L’ex campione italiano ha azzeccato il classico Superenalotto con una schedina da un euro. Saronni, infatti, è il “padre-padrone” della Lampre Merida, la squadra che appena un mese fa aveva ingaggiato il corridore portoghese per la prossima stagione.

Così la Lampre, che nel 2014 sarà l’unico team italiano nell’élite ciclistica del World Tour, potrà sfoggiare la maglia iridata acquistata a costo di realizzo. Certo, parliamo sempre di una cifra che si aggira intorno al milione di euro – almeno a quanto si vocifera - ma è ben poca cosa se si considera la dote – inattesa, anche se sperata - che porta e, soprattutto, per il fatto che oggi per portarsela a casa ci vorrebbe almeno il doppio.

E proprio per il suo imminente trasloco è difficile immaginare che negli ultimi chilometri del Mondiale il portoghese abbia avuto l’aiuto del compagno di club, anche se non di nazionale, Alejandro Valverde, rimasto incollato alla ruota i Nibali mentre il portoghese andava a rincorrere Joaquin Rodriguez. L’interesse della squadra di appartenenza non è prevalso su quello della nazionale: la Spagna ha perso il Mondiale per l’ingenuità di Valverde, al quale la dinamica della gara aveva messo la maglia iridata su un piatto d’oro. Si rammarica Valverde, che colleziona l’ennesima medaglia fusa con il metallo meno prezioso, e ancora di più si rammarica Rodriguez che ha fatto la corsa perfetta e si è visto sfuggire la vittoria nell’ultimo metro, senza nemmeno la consolazione di vedere tutto il suo lavoro capitalizzato dal connazionale.

Il “drammatico” finale sul lungo viale d’arrivo di Firenze ha ricordato quello sull’interminabile rettilineo di Gap, nel 1972, quando il fuggitivo Franco Bitossi, con le gambe ormai diventate “legnose”, fu riagguantato e sorpassato da Marino Basso un attimo prima della linea bianca.

Rui Costa, il cui nome completo è lungo come un treno merci (Faria da Costa Rui Alberto), ha vinto la maglia iridata facendo tutto da solo. Il Portogallo schierava solo tre corridori, così l’unica possibilità era quella di sfruttare il lavoro altrui. E Rui Costa è bravissimo a cogliere le occasioni che gli si presentano, lo ha sempre dimostrato nelle poche vittorie conquistate, fra le quali 2 Giri di Svizzera e 3 tappe al Tour de France.

La squadra è importante, ma bisogna anche saperla gestire. E non tutti lo sanno fare.

Gli italiani hanno corso bene, almeno negli ultimi giri, perché è davvero incomprensibile l’animosità con la quale si sono assunti l’onere dell’inseguimento di una fuga decollata subito dopo la partenza e destinata a spegnersi da sola, per consunzione. Un inutile lavoro nel quale è stato “bruciato” il giovane Ulissi, uno scattista che sarebbe stato utile nel convulso finale. Giovanni Visconti ha fatto il suo dovere andando in fuga a una cinquantina di chilometri dal traguardo – costringendo le grandi squadre a scoprirsi per inseguire –. E altrettanto ha fatto Michele Scarponi lanciando l’allungo decisivo, con Vincenzo Nibali coperto alle sue spalle. La scelta di tempo è stata perfetta ma il siciliano ha pagato la caduta a una trentina di chilometri dal traguardo e il successivo inseguimento.

Nibali ha preso la medaglia di legno ma è stato grande, ha dimostrato di essere un vero campione. Il ct Paolo Bettini non è riuscito nemmeno nel Mondiale disputato sull’uscio di casa a conquistare il podio, ma stavolta, almeno, può davvero addebitarlo alla sfortuna.

A Firenze ha vinto il suo personale campionato del mondo anche il britannico Brian Cookson (il nuovo presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale) e il titolo durerà ben quattro anni. Così, il ciclismo ha quasi completato la sua metamorfosi e l’inglese è diventata la lingua ufficiale soppiantando il francese. E con la lingua sta cambiando anche la mentalità e la prospettiva di questo sport che continua ad essere fortemente radicato alle sue tradizioni, almeno per quanto riguarda gli appassionati, perché i “politici” guardano ad altre esperienze, ad altri sport di successo, ma non sempre per ottenere la stessa fortuna basta imitarne la forma. Lo sport è anche sostanza. Ognuno ha la sua peculiarità, le sue radici, che non possono essere rimosse senza pensare al rischio di far appassire la pianta. E circoscrivere il ciclismo solo a chi può contare su un budget plurimilionario, per esempio, rischia di selezionare le squadre fino al punto che ne resteranno pochissime. Soprattutto in periodi di vacche magre come quelli che stiamo vivendo. L’esperienza della Formula Uno e della MotoGp dovrebbero fare riflettere.

Il mondo del ciclismo dovrebbe rifletterci nel lungo inverno che lo attende. La stagione si chiude fra un paio di settimane, almeno in Europa. E ci sono ancora gare prestigiose per arricchire la propria bacheca a cominciare dal campione del mondo. Rui Costa sabato compirà 27 anni e il giorno dopo potrà festeggiare il compleanno regalandosi il Giro di Lombardia. Ma di sicuro saranno in molti a volergli rovinare la festa.​​​​​​​

Giuliano Traini - avvenire.it

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