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L'altro Seedorf, molto oltre il calcio


Se il mondo del calcio italiano somigliasse di più a Clarence Seedorf, non sarebbe mai in pericolo. Il 37enne centrocampista olandese, è da sempre un numero "10" in campo, ma soprattutto fuori, dove spera «di essere ricordato come esempio di positività e di umanità» . Un raro ambasciatore internazionale (parla sei lingue) prestato all’universo del football. Lo sa bene il patron del Milan Silvio Berlusconi che l’ha avuto a Milanello per un decennio e che per la prossima stagione lo considera già la prima scelta per la guida dei rossoneri, al posto di Max Allegri.

Ma alla vigilia di Natale, non è questo il tema nodale da affrontare con il saggio Clarence, bensì il suo impegno e la sua “mission” in giro per il mondo, per portare soccorso ai più deboli e quindi ai più piccoli della terra. Per questo motivo continua a fondare cittadelle per i ragazzi, con annessi campi di calcio e istituti scolastici, costruite partendo dalla sua terra d’origine, il Suriname (l’ex Guyana Olandese dove visse il nonno Frederick, figlio di uno schiavo africano che prese il cognome dal padrone tedesco, Seedorf) passando per il Kenya e la Cambogia, fino ad Almere, la città dell’Olanda dove ha trascorso l’infanzia.

Anche nel suo ultimo approdo professionale, il Brasile - la terra natìa della moglie Luviana - non si è fatto conoscere solo per le belle giocate e il titolo nazionale vinto con il Botafogo, ma soprattutto per le innumerevoli attività sociali che gli sono valse il tributo popolare da parte di tutte le tifoserie. Progetti iniziati ancor prima di sbarcare nel Brasilerao (la serie A brasiliana) con l’apertura di un centro sportivo in una favela di Salvador de Bahia. Il "pallone solidale" di Seedorf è arrivato fino a Malmberg, in quel Sudafrica che ancora piange la sua grande anima, Nelson Mandela.

Lei, è uno dei "Legacy Champions" scelti da Mandela per continuare a promuove i suoi valori e il suo lavoro a livello internazionale. Che ricordo ha del grande "Madiba" e quanto ha influito nella formazione della sua coscienza civile?

«Mandela è stato fondamentale, soprattutto nell’infondermi la consapevolezza di poter fare la differenza, non solo per me stesso, ma anche per gli altri. È anche grazie a lui se mi avvalgo del mio ruolo per dare quel contributo che mira a rendere il mondo migliore».

Quanto è stato importante il messaggio di Mandela al mondo dello sport ?

«È stato vitale, ma in parte sottovalutato dallo stesso universo sportivo. Con il potenziale che lo sport ha, potrebbe ambire a risultati certamente più importanti. Per questo uno dei miei obiettivi è quello di rendere il calcio uno sport più cosciente della sua responsabilità sociale».

Lei è uno dei pochi campioni che da anni è concretamente impegnato nella lotta al razzismo. Come pensa che si possa trasmettere alle nuove generazioni la cultura dell’antirazzismo?

«Dando il buon esempio, comportandosi correttamente e lasciando da parte i pregiudizi. Continuare a dire che si vuole combattere il razzismo equivale a fare una lotta contro un fantasma che porta via tante energie preziose alle azioni concrete. È necessario conoscersi, confrontarsi, aprirsi a nuove esperienze e a nuove idee. Quando sai, rispetti e apprezzi. Quando non sai, colmi il vuoto con il pregiudizio».

Alla luce della sua ultima esperienza brasiliana, quali sono i punti di forza del Paese che ospiterà il prossimo Mondiale di calcio?

«Sono i giovani brasiliani, la loro allegria e una condivisione di valori come quello della famiglia».

"Meno stadi e più studio", può diventare lo slogan da lanciare ai giovani brasiliani e forse anche a quelli di altri Paesi dove gli investimenti per la cultura e l’istruzione (Italia compresa) sono relegati dai governi all’ultimo posto.

«Molti non comprendono ancora che lo sport fa parte della cultura e dell’istruzione dei giovani. Attraverso la pratica sportiva si impara a crescere equilibrati, aiuta a saper perdere, a rispettare la disciplina, a sperimentare lo spirito di collaborazione. Lo sport educa a gestire la pressione e poi è fondamentale per il corretto sviluppo psicofisico dei bambini per farne dei buoni adulti di domani. Per questo motivo l’educazione fisica deve essere incentivata anche all’interno del sistema scolastico e non solo come attività ludica, ma per creare un’autentica cultura sportiva».

In Brasile ha visitato ospedali, parlato di educazione e istruzione nelle scuole.

«Ho messo la mia esperienza di vita al servizio specialmente dei giovani. Ho avuto modo di visitare cinque scuole e di parlare a migliaia di bambini, spiegando loro che è importante proseguire il percorso di studi perché non tutti potranno coronare il sogno di diventare dei calciatori».

Ha conosciuto anche i detenuti di quel carcere minorile che l’hanno voluto premiare con l’Oscar per il "Miglior calciatore socio-educativo"?

«Sì, ho visitato i ragazzi del carcere Degase e ho cercato di ispirarli, facendogli capire che se anche hanno commesso degli errori, sono ancora in tempo per rimediare e per continuare ad inseguire il loro futuro. Nei giorni scorsi poi, sono entrato a far parte del board di "Laureus", una fondazione di cui Mandela appunto è stato il padrino e che utilizza la filosofia e il potere dello sport per promuovere il cambiamento sociale».

Oltre a Mandela, qual è stato un altro modello che ha seguito nel suo percorso umano e sportivo?

«Un punto di riferimento costante è mio padre. Nel mondo dello sport sicuramente il coach Phil Jackson, per l’efficacia con la quale è riuscito ad introdurre all’interno di una disciplina come il basket la sua spiritualità e la forza dei suoi valori. E poi l’attrice e conduttrice tv Oprah Winfrey, una delle donne più potenti del mondo che ha messo il suo talento al servizio della società per contribuire a fare la differenza».

Che rapporto ha con la spiritualità e con la religione?
«La spiritualità è una caratteristica molto forte della mia persona. Sono molto interessato a conoscere le diverse sfaccettature delle religioni e quelle che considero più affini ed importanti fanno riferimento ai valori universali che inducono al rispetto di se stessi e degli altri».

In campo lei è un trascinatore. Più grande è la sfida, più Seedorf si impegna per vincerla?
«Penso che le sfide, gli ostacoli e le difficoltà siano una grande opportunità per crescere. Negli anni ho acquisito consapevolezza nei miei mezzi, consapevolezza che ho nutrito costantemente in maniera cosciente».

Che cosa si augura per lei e cosa si aspetta dall’anno che verrà?

«Il mio augurio va agli abitanti della terra, perché trascorrano delle serene festività e che il 2014 sia un anno di salute e di pace interiore per tutto il mondo».

Massimiliano Castellani - avvenire.it

Basket: Serie A, chiusa la 12/a giornata, Siena resta in testa

Cimberio Varese-Granarolo Bologna 98-89 nel posticipo che ha chiuso la 12/a giornata della Serie A di basket.

Classifica: Siena 18 punti; Roma, Sassari, Brindisi e Cantù 16; Milano 14; Bologna, Reggio Emilia, Venezia, Avellino e Caserta 12; Pistoia e Varese 10; Montegranaro 8; Pesaro e Cremona 4.
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Nasce Fox Sports 2 HD, la casa degli altri sport su Sky

Da oggi, venerdì 20 dicembre, in esclusiva su Sky, in alta definizione, il nuovo canale Fox (213). Dalla Champions di Volley all’Eurolega di Basket. Dall’NFL, con il SuperBowl, alla Diamond League di atletica, passando per i mondiali di Rally e di Darts
Dalla Champions League di Volley all’Eurolega di Basket. Dall’NFL (National Football League) alla Diamond League di atletica leggera passando per i mondiali di Rally e di Darts. Fox Sports 2 HD è tutto questo e molto di più. Arriva venerdì 20 dicembre il nuovo canale dedicato allo sport di Fox International Channels Italy proposto in esclusiva su Sky in alta definizione sul canale 213 della piattaforma. Per festeggiare la sua nascita, Fox Sports 2 HD sarà visibile a tutti gli abbonati Sky fino al 20 gennaio 2014, dal 21 gennaio, il canale sarà disponibile per tutti gli abbonati al pacchetto Sport con opzione HD. Fox Sports 2 HD è inoltre visibile su SkyGo.

Have Fun. Divertiti. E’ questo il motto di Fox Sports 2 HD, il punto di riferimento per gli appassionati di sport a 360° ma non solo. Il canale offre infatti tutte le emozioni del grande spettacolo, un’esperienza unica per immagini, protagonisti e storie. Un’occasione per divertirsi e scoprire quanto lo sport sia prima di tutto grande intrattenimento.

BASKET E VOLLEY EUROPEI
Parte dell’offerta di Fox Sports 2 HD è l’Eurolega di basket: il primo appuntamento live è in programma già venerdì 20 dicembre, alle ore 20.45, con l’incontro dell’Armani Jeans Milano, impegnata a Strasburgo, in Francia, nella decima e ultima giornata di Regular Season. Nel palinsesto del canale anche la CEV DenizBank Volleyball Champions League (maschile e femminile), la massima competizione europea di pallavolo per club, che dal 14 gennaio 2014 propone i Playoff 12, fase a eliminazione diretta con scontri di andata e ritorno. Il commento tecnico degli incontri sarà affidato a Andrea Meneghin e Hugo Sconochini per il basket e a Maurizia Cacciatori, Rachele Sangiuliano, Fabio Vullo e Andrea Zorzi per il volley.

GLI SPORT AMERICANI E IL SUPERBOWL

Fiore all’occhiello è inoltre la ricca programmazione dedicata agli sport americani. In primo piano l’NFL (National Football League), che il 22 e 29 dicembre dalle 19:00 propone gli ultimi due turni della stagione regolare, decisivi per definire la griglia dei Playoff, al via dal 4 gennaio con il Wild Card Weekend. L’obiettivo è il Super Bowl in onda in diretta su Fox Sports 2 HD a febbraio. Il 22 marzo scatta invece la stagione dell’MLB (Major League Baseball) con l’opening game tra Arizona Diamondbacks e Los Angeles Dodgers. Particolare attenzione è riservata anche al mondo dello sport universitario, che negli USA rappresenta un osservatorio d’eccezione per i campioni di domani, con il basket e il football NCAA. Sabato 21 dicembre, in diretta a partire dalle ore 18.00, su Fox Sports 2 HD ben cinque gli incontri di basket NCAA: TCU-Tulsa, St. John’s-Youngstown St. (ore 20.00), Villanova-Rider (ore 22.00), FIU-Louisville (a mezzanotte)  e Stanford-Michigan (ore 2.30).

ATLETICA E BOXE
A completare l’offerta di Fox Sports 2 HD anche la Diamond League di atletica leggera e i più importati incontri di boxe organizzati dalla Golden Boy Promotion di Oscar De La Hoya.

MOTORI
L’offerta motoristica del canale propone invece il Mondiale rally e il Mondiale di Formula E, riservato alle monoposto elettriche.

I DARTS: SPORT DI CULTO

Ampio spazio è poi dedicato al Mondiale di Darts, sport spettacolare e coinvolgente amato da star come Lady Gaga e Robbie Williams, cui partecipano i migliori 64 giocatori del ranking. Fox Sports 2 HD trasmetterà le dirette delle semifinali e finali rispettivamente il 30 dicembre dalle 20:00 e il 1 gennaio dalle 21:00.

LE GRANDI STORIE DI SPORT
In primo piano, non solo i grandi eventi sportivi, ma anche grandi momenit di intrattenimento. Ne è un primo esempio Being Mike Tyson, docu-serie proposta dal canale in prima visione assoluta in Italia. Sei episodi in onda dal prossimo 6 gennaio dalle 23.00, in cui l’ex campione statunitense dei pesi massimi si racconta offrendo un’immagine privata di un personaggio quanto mai discusso.

Con Fox Sports 2 HD, si arricchisce così la proposta sportiva di Fox International Channels Italy su Sky. Il canale si aggiunge infatti al “fratello maggiore” Fox Sports (su Mediaset Premium canali 382 e 383 e, in HD, su Sky, canali 205 e 210), disponibile in Italia dallo scorso agosto: il canale dei Top Player propone incontri di Barclays Premier League e F.A. Cup inglesi, della Liga spagnola, della Ligue 1 francese e dell’Eredivisie olandese e del campionato di calcio statunitense nonché le partite della Nazionale inglese.

Fox Sports è su SKY (canali 205 e 210) e su Mediaset Premium (canali 382 e 383)

Sport e tecnologia. È doping anche questo?

Quando nel 1977 al torneo di tennis di Aix-en-Provence, il guascone romeno Ilie Nastase sconfisse il “poeta” della terra rossa, l’argentino Guillermo Vilas - imbattuto da 46 match di fila -, ci fu chi gridò allo scandalo, dato l’utilizzo della mirabolante arma segreta: la racchetta con l’incordatura a “spaghetti”.

Da quel giorno, l’attrezzo tennistico non fu più lo stesso: via il legno, dentro i metallici racchettoni. E la stessa cosa si è verificata nello sci, addio a tutti i “legnosi” discesisti, i discendenti del «pipistrello umano», Leo Gasperl (che negli anni ’40 stupiva con indosso la brevettata “giacca-paracadute”) e benvenuta alla tuta speedwyre (con cui nel ’97 ai Mondiali del Sestriere, Hilary Lindh vinse la libera per soli 6 centesimi) e alla fibra di vetro carbonio sotto gli scarponi.

Elogio dell’ipertecnologico, in tutti gli sport motoristici, rallentando, ma non troppo, fino alla poetica e un tempo la più artigianale delle discipline su due ruote: il ciclismo. Lo sviluppo tecnologico della bicicletta da corsa, in cui solo sellino e catena sono rimasti praticamente invariati nel tempo, ha visto, nell’arco di un secolo, dimezzare il suo peso (da 15 a 7 kg scarsi) e quindi aumentare notevolmente la velocità di un mezzo che ormai solo in letteratura passa sotto la voce: pronipote del pionieristico “cavallo di ferro” (l’ottocentesco e primordiale velocipede).

Il terzo millennio ha, di fatto, sancito l’unione inscindibile tra “Sport e Scienza” e per approfondire questo forte legame viene in soccorso un saggio illuminante, Sportivi ad alta tecnologia (Zanichelli), scritto a quattro mani dall’ingegnere meccanico Nunzio Lanotte e sua moglie, specialista in opere scientifiche, la francese Sophie Lem.

L’idea del moderno campione robotizzato o peggio ancora della “cavia elettronica” da sperimentazione in laboratorio, impressiona e fa discutere, ma spesso non rende ragione al notevole progresso e agli straordinari risultati ottenuti dagli scienziati anche nello sport. Pertanto l’assioma di partenza dovrebbe essere: «È molto difficile che la tecnologia ti faccia vincere, ma non avere la tecnologia di sicuro ti fa perdere. La tecnologia non trasforma il “brocco” in campione, può fare solo una differenza marginale, ma nello sport di elite diviene spesso decisiva», dice Lanotte, che è anche consulente del Coni per le nuove tecnologie.

Tradotto con un esempio molto semplice: «Non è la racchetta in fibra di carbonio a far vincere un torneo a Nadal, ma provate voi a giocare contro Federer con una racchetta di legno e ne riparliamo…». Un azzardo da non tentare, specie in un’era in cui si assiste alla massima diffusione della tecnologia grazie alla miniaturizzazione e alla diminuzione dei costi dei componenti: sensori, processori, pile e quant’altro.
«La fibra di carbonio ha soppiantato legno, acciaio, alluminio ed altri materiali tradizionali in quasi tutte le applicazioni: vale a dire telai, ruote, caschi, imbarcazioni, pagaie, racchette», continua Lanotte.

Partendo dalla galassia più nota dell’universo Sport, il calcio, fa quasi sorridere il ricordo dei “tacchetti avvitati” degli scarpini che fecero il loro debutto ufficiale nella finale dei Mondiali svizzeri del 1954: la sfida vinta dalla Germania contro l’Ungheria. Una diavoleria per i tempi, un oggetto da museo oggi che Messi e Ibrahimovic viaggiano a pelo d’erba come centometristi, su comode calzature personalizzate e in microfibra. Più o meno le stesse che nell’atletica fanno mettere ancor di più le ali ai piedi al figlio del vento Usain Bolt. Alla pelle di canguro si è sostituito il mix esplosivo di poliestere immerso in una matrice di poliuretano. Materiali più resistenti, più comodi e che quindi aiutano a migliorare la prestazione.

Questo spesso comporta il dibattito sul possibile sconfinamento nel territorio, illecito, del “doping tecnologico”. Ma sul tema l’esperto ribatte pronto: «La tecnologia è uno strumento lecito, mentre il doping è una frode. Le vicende delle bici dei record dell’ora o dei supercostumi del nuoto, entrambi prontamente proibiti, ci mostrano che talvolta una tecnologia troppo innovativa provoca un fisiologico rigetto, specie se infrange le regole interne alle singole federazioni».

Lem e Lanotte si riferiscono ai «record azzerati», dopo la comparsa nel ciclismo della bicicletta con le due ruote tubolari lenticolari (preparata dal biomeccanico Antonio Dal Monte) in sella alla quale a Città del Messico, nel 1984, Francesco Moser stabilì il primato dell’ora percorrendo 51,151 km (il precedente record di Merckx del 1972 era di 49,432 km, l’attuale di Ondrej Sosenka è ridisceso a 49,700 km) e nel nuoto, ai supercostumi integrali che tra il 2008 e il 2009 avrebbero fruttato decine di primati mondiali e olimpici in quanto “galleggianti”. «Per test effettuati di persona – smentisce il consulente del Coni – posso garantire che non è assolutamente vero che i supercostumi galleggiassero».

La tecnologia applicata allo sport, dunque, non è quasi mai da rigettare, al limite ci si può stupire, dell’utilizzo in campo di Gps che dai cruscotti delle auto passano sui parastinchi, o che l’atleta venga connesso con Internet e che Gsm e Smartphone siano applicati direttamente sul corpo del campione in pista o in pedana. Tutto ciò rientra nello studio dell’aerodinamica e dell’idrodinamica, fondamentali nella progettazione di bici, barche, vele, bob, caschi e tute. «Lo sport è entrato da tempo nella galleria del vento. Si utilizzano, poi, sia la vasca idrodinamica che il software di simulazione (Cfd, Computational Fluid Dynamics) – spiega la Lem –. Grazie a questi strumenti di misura, ora l’atleta può essere “modellizzato” e la sua prestazione studiata in ogni singolo dettaglio».

È importantissimo in tal senso il contributo che stanno fornendo le ultime tecniche di analisi delle riprese video, introdotte dai giapponesi sin dai Giochi di Amsterdam del 1928 per “spiare” i nuotatori americani. Risultato? Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Los Angeles, la squadra nipponica sbaragliò quella Usa vincendo 5 ori su sei. «Quei video erano gli antesignani dell’attuale “match analysis” di dominio quotidiano nel calcio e negli sport di squadra, così come i software di analisi biomeccanica vengono adottati dal nuoto, sci, atletica e da altre discipline olimpiche».

Quando la tecnologia non è invasiva, e di ciò un fenomeno del motociclismo come Valentino Rossi si è lamentato spesso invocando «meno elettronica sulle moto», porta comunque con sé un sensibile miglioramento della sicurezza e del benessere psicofisico degli atleti. E anche in questo caso si concretizza con gli innovativi gel, materiali viscoelastici, gore-tex.

La creatività del talento non è messa in discussione, ma probabilmente il campione del futuro dovrà confrontarsi sempre più, oltre che con gli avversari, anche con le avanguardistiche “nanotecnologie”, con le tecniche di manifattura su misura (stampanti 3D). E non ultimo, con l’inserimento di parti artificiali nel corpo umano, microchip e sensori sottocutanei compresi.

Fantascienza? «Niente affatto. Forse – conclude Lanotte –, non è lontano il giorno in cui vedremo un telaio di bicicletta che pesi 100 grammi o una canoa di due etti appena. I materiali sportivi su misura diventeranno veri e propri oggetti intelligenti, capaci di cambiare il proprio comportamento in base alle condizioni atmosferiche rilevate da sensori sempre più piccoli e accurati».

Massimiliano Castellani - avvenire.it
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Ecco la rassegna stampa del 13 dicembre 2013: vi proponiamo le prime pagine dei quotidiani sportivi


Terremoto Juve”, il Corriere dello Sport apre con un’analisi sui bianconeri: “L’eliminazione in Champions riduce gli introiti, crea malumori e apre scenari imprevedibili per il futuro”. In alto: “Il Napoli cerca Lamela”. Di spalla la crisi del calcio italiano: “Prandelli: Sveglia siamo in ritardo”. A centro pagina: “E il Milan adesso compra obiettivi Parolo e Jorginho”.
La Gazzetta dello Sport apre con l’Inter: “Mazzarri vuole chiarezza”. In alto: “Lippi vota per l’EuroMilan: Allegri grande allenatore”. Di spalla l’Europa League: “Juve, Napoli, Lazio e Viola: Ora provateci!” e “La Roma (con Totti) giocherà a San Siro la 100° gara americana”.
Tuttosport pure apre con la Juventus e suona la sveglia: “Pogba e Pirlo devono essere blindati. L’operazione riscatto comincia da loro”. In alto: “Cairo: D’Ambrosio via ma qualcuno pagherà”. A fondo pagina diversi richiami: “Grana Milan El Shaarawy di nuovo rotto”, “De Laurentiis al vetriolo su Mazzarri”, “La Fiorentina è testa di serie. La Lazio no”.

LETTERATURA E SPORT Il signore del Milan: Kilpin, lord pioniere


«Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari». Sono passati 114 anni da quando dal tavolo di una fiaschetteria di Via Berchet a Milano, Herbert Kilpin urlava questo slogan fondando il Milan Cricket and Football Club, l’odierno A.C. Milan. E inventando quella maglia nero-rossa che avrebbe portato a Milano i colori dei mattoni e delle travi di legno delle case di Nottingham dove nacque 143 anni fa.

Per la prima volta la sua storia è contenuta nel libro intitolato The Lord of Milan, “Il signore del Milan”, firmato dall’avvocato Robert Nieri e in attesa di pubblicazione. Di origini italiane, con una nonna di Pordenone e un nonno di Bagni di Lucca e, come Kilpin, grande appassionato di calcio e dell’Italia, l’avvocato Nieri, 44 anni, ha dedicato a questo volume ogni minuto del suo tempo libero degli ultimi sette anni e ha cominciato da qualche giorno a twittare sotto lo pseudonimo Lord of Milan.

«Il mio eroe era un perito tessile. Arrivò in Italia nel 1891, a 21 anni, invitato dall’industriale tessile Eduardo Bosio, che voleva introdurre nel vostro paese i primi telai meccanici insieme al pallone», spiega Robert Nieri.

«Nel fondatore di quella che il 16 dicembre 1899 sarebbe diventata l’Associazione Calcio Milan trovò un giocatore e un allenatore di dedizione straordinaria». Anche troppo. «Prima di te viene il calcio», Kilpin disse nel 1905 alla moglie, italiana di Lodi, prima di sposarla e, alle parole, seguirono subito i fatti. Kilpin la abbandonò, la sera del matrimonio, per andare a giocare a Genova, in una squadra italiana, contro i Grasshoppers di Zurigo. «A Kilpin non sarebbe piaciuto il mondo del football di oggi perchè i giocatori sono lontanissimi dalla gente, miti impossibili da raggiungere. Contano soltanto i soldi. Herbert Kilpin invece ha sempre giocato gratis, per amore del pallone. Era un uomo semplice che non si è mai considerato una star. Pensava che la sua missione fosse insegnare il calcio ai bambini italiani e non volle mai un soldo per questo...».

Questo inglese robusto, dai lunghi baffi marroni ha cominciato a giocare sui campi della zona di Forest a Nottingham, che dà il nome alla squadra Nottingham Forest, per i Garibaldi Reds. «Sembra assurdo, ma Kilpin non era abbastanza bravo da giocare in una squadra in Inghilterra, dove questo sport si era già consolidato. Là non era tra i giocatori migliori mentre in Italia, fu considerato subito un campione, capace di insegnare la tattica agli altri», continua Nieri.

Fu proprio Kilpin a cominciare ad allenarsi prima delle partite, un’abitudine nuova per i giocatori di quel tempo. I suoi vicini di via Settala a Milano, dove abitava, trovavano davvero strano vedere quell’omone che faceva il giro dell’isolato correndo soltanto per mantenersi in forma. Nè Kilpin rinunciò mai a quel bicchierino di whisky che beveva, come disse lui stesso, «prima delle partite per caricarmi, durante l’intervallo per rilassarmi, quando facciamo un gol per festeggiare e quando perdiamo per dimenticare».

Fumatore accanito, morì a soli 46 anni, non si sa se per cirrosi al fegato o per cancro ai polmoni, spiega Robert Nieri. L’autore di The Lord of Milan vorrebbe che Nottingham desse finalmente a questo suo figlio regalato all’Italia la fama che si merita. «È stato Luigi La Rocca, storico del Milan, insieme a Stefano Pozzani, a guidare in Italia la riscoperta di Kilpin e a volere che i suoi resti avessero degna sepoltura nel cimitero Monumentale di Milano. I tifosi che curano il sito "Magliarossonera.it" sono orgogliosi di questo giocatore gentleman e hanno stampato il suo nome sulle magliette che vendono fuori dagli stadi. Purtroppo invece a Nottingham quasi nessuno sa chi è Kilpin», dice ancora Robert Nieri.
«Vorrei far mettere una targa sulla casa dove è nato e organizzare un campionato tra le scuole dell’area "Forest", dove il fondatore del Milan ha cominciato a giocare. Si tratta di una zona povera della città ed è importante che i bambini di queste famiglie possano vedere in lui, che non era istruito, non era ricco, ma aveva deciso di seguire fino in fondo i suoi sogni, un modello positivo da imitare», conclude l’autore di The Lord of Milan.

Silvia Guzzetti - avvenire.it

BRASILE 2014 Mondiale, favela e poesia

Il Brasile «è un grande Paese. Non esiste un luogo migliore nè persone migliori...». È il messaggio in Rete di una giovane blogger di Curitiba, intercettato da Luciano Sartirana, autore di una “bibbia” del calcio brasiliano, Nel settimo creò il Maracanà (Edizioni del Gattaccio). Da sempre questo è anche il Paese in cui si gioca il calcio più estetico, il “fútbol bailado”. Il calcio di poesia, secondo Pasolini, il più vincente (5 titoli iridati per la Seleçao) e di massimo impegno civile.

Nella stagione 1982-’83, a San Paolo una formazione capeggiata dal suo leader maximo, Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, in arte Socrates, metteva in campo la sua utopia: la “Democracia Corinthiana”. Il manifesto politico dei professionisti del Corinthians che per voce del filosofico Socrates, noto anche come “O’ Magrao” (il magro, 192 centimetri per 80 kg ) o il “tacco di Dio”, proclamava: «Lavorare con libertà, discussione allargata dai dirigenti fino ai calciatori su ogni argomento - dalle ore di allenamento, ai premi partita -, con decisioni prese a maggioranza».

Un fenomeno sindacale, unico nella storia del football, che prese piede nello spogliatoio di quello stadio del Corinthians appena crollato e in cui hanno perso la vita due operai. Una tragedia che va ad alimentare il fronte della protesta popolare, sedata a fatica dalla polizia lo scorso giugno durante la Confederations Cup. Una marea umana che ha gridato allo «scandalo» per i 9 miliardi (a fronte di 1 miliardo di spesa preventivata) investiti nell’organizzazione dei Mondiali. Tre volte di più, rispetto a Corea Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010. In nome di Socrates, il “Che Guevara” del pallone, i brasiliani sono scesi in piazza e minacciano di farlo fino al fischio d’inizio del Mondiale.

Non accettano, giustamente, che il 97% dei costi dei 12 stadi (quasi tutti nuovi e 8 rimarranno di proprietà dello stato) sarà esclusivamente a carico dei contribuenti. Un seguace di Socrates, l’ex stella della Seleçao anni ’90, l’onorevole Romario, ha puntato il dito sullo stadio Nazionale Manè Garrincha di Brasilia, per la cui realizzazione si è passati dalla cifra già folle di 745,3 milioni di reais, ai definitivi 1.200 milioni. «Con quel denaro si potevano costruire 150mila case popolari», ha tuonato Romario. La situazione per il popolo delle favelas, anche se si sono ristrette rispetto agli anni ’80 (nelle grandi città brasiliane ci viveva il 49% degli abitanti, oggi il 27%), è sempre di estrema povertà, mentre della grande ricchezza attuale del Paese è beneficiaria anche l’industria calcistica.

La stella più luminosa, Neymar, ha scelto di emigrare al Barcellona, ma rispetto anche al recente passato è in netto calo l’esportazione dei talenti. Nell’ultimo anno 1.100 giocatori (tra questi Pato e Ronaldinho) hanno deciso di fare ritorno a casa. I “clubes” del Brasileirão, la loro Serie A, possono garantire ingaggi pari, e in alcuni casi più vantaggiosi, di quelli europei. Nell’ultimo decennio le migliori cento squadre brasiliane sono passate da un introito globale di di 303 milioni di euro ad oltre 1 miliardo della passata stagione. Cifre che fanno la gioia del capo della Fifa Blatter, il quale ha intimato: «Il prossimo 31 dicembre tutti gli stadi di Brasile 2014 dovranno essere pronti». Fantacalcio. San Paolo, Cuiabà e Curitiba non consegneranno mai in tempo le loro arene. Il nuovo Maracanà - sfregiato del suo fascino antico - di Rio de Janerio e il Manè Garrincha di Brasilia, si candidano per la sostituzione in corsa dello stadio del Corinthians, sede della partita inaugurale. Sarebbe un affronto alla memoria di Socrates, volato via due anni fa (a 57 anni), ma che “lotta ancora” per un calcio di poesia.

Massimiliano Castellani - avvenire.it