Crollo ponte: lutto al braccio in serie A Presidente Lega Micciché:"Uniti a dolore famiglie delle vittime"

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Un minuto di silenzio all'inizio di tutte le partite della prima giornata della Serie A, nelle quali, su indicazione del Presidente Miccichè, le squadre scenderanno in campo con il lutto al braccio. Così la Lega di Serie A, accogliendo le disposizioni del Coni, ha deciso di ricordare le vittime del crollo del ponte a Genova. "Il presidente, Gaetano Miccichè, e tutta la famiglia della Lega Serie A - si legge nella nota - esprimono il proprio cordoglio e si uniscono al dolore delle famiglie delle vittime coinvolte nel crollo del Ponte Morandi sull'autostrada A10 di Genova".
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Marlon-Sassuolo, ci siamo: al Barcellona andranno 6,5 milioni


La trattativa si è finalmente sbloccata, grazie anche all'amministratore delegato del Sassuolo Carnevali, arrivato questa mattina a Barcellona per discutere con i dirigenti blaugrana. Le due società si sarebbero accordate per una cifra intorno ai 6,5 milioni di euro. Il 22enne era stato acquistato dai catalani nel 2016 per 5 milioni di euro dalla Fluminense. Ora resta solamente da convincere il giovane difensore, tentato anche da un'offerta del Galatasaray. La squadra emiliana, in questo momento, sembra però in vantaggio e il giocatore, con passaporto extra-comunitario, potrebbe arrivare in Italia nei prossimi giorni.
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Dazn & C. Come vedere il calcio in tv

La stagione che sta per iniziare porta con sé un profondo cambiamento dell’offerta, a partire dalla novità in streaming Ma per gli spettatori i costi lievitano...
Come vedere il calcio in tv

Serviranno un po’ di applicazione e di sforzi (anche economici) in più, al calciofilo italiano, per avere a disposizione tutto il pallone che conta. La riassegnazione dei diritti per il triennio che porterà al 2021 ha prodotto un profondo cambiamento dell’offerta sia dal punto di vista dei broadcaster, che da quello tecnologico, con Mediaset che lascia (per ora) la scena pay, Sky che recita la parte del leone e la grande novità Perform che, tramite la piattaforma Dazn (pronuncia da-zone, all’inglese, come da martellante campagna promozionale), fa sbarcare anche nel calcio la formula della fruizione di contenuti in streaming, e dunque accessibili solo tramite le connessioni wi-fi. Dazn, per il suo debutto sul mercato, ha messo insieme un bouquet il cui fiore all’occhiello sono tre delle dieci partite che compongono una giornata di Serie A, accompagnate dalla Serie B, dalla Liga spagnola, da tutto il calcio francese, le Coppe nazionali inglesi e quelle internazionali sudamericane. Per vederle, direttamente dalla piattaforma base o tramite accordi stretti anche con Sky (tramite l’app Sky Q) e Mediaset Premium, sarà necessario un abbonamento più che abbordabile dal punto di vista monetario (la proposta base vale 9,99 euro al mese) e un po’ meno da quello tecnico, dato che a comandare non sarà più il cavo dell’antenna: esattamente come accade per Netflix, regina del videostreaming, si viaggia su tutti i classici device (smartphone, tablet, pc) e per quanto riguarda la tv, le “vecchie” tv senza apparati di connessione, saranno necessari accessori come Chromecast o passaggi attraverso consolle di videogiochi per potere godere della partita alla solita maniera.
Uno scoglio banale per le giovani generazioni, meno per gli agée, per i pigri o per coloro che, volendo accedere a tutto il mondo della Serie A, dovranno comunque aggiungere il leggero esborso per Dazn a quello consueto di Sky, che tuttavia ingolosisce vecchio e nuovo pubblico con il ritorno sui “padelloni” satellitari della Champions League, accompagnata dall’altra competizione continentale, l’Europa League, mantenuta dal gruppo di Murdoch. Fino alla prova contraria delle eliminazioni, significherà avere molte settimane con due partite della Juventus di Cristiano Ronaldo, delle milanesi e delle romane, del Napoli, insomma del buon 80-85% del tifo italiano. Un target vastissimo che fa da polizza di assicurazione anche in caso di una possibile (anche se lieve) emorragia di abbonati: il costo mensile del pallone Sky (che conta anche su Premier League e Bundesliga) sarà pari a 58,40 euro, che salgono a 68,39 se si vorrà abbinare anche Dazn accedendo, appunto, a tutto il massimo campionato italiano. La logica del “pagare moneta, vedere pallone” dalla quale, dopo tredici anni dalla creazione di Premium e della pay-tv di casa, si è sfilata Mediaset.
A livello puramente strategico e commerciale, una rivoluzione quanto meno pari a quella del wi-fi, confortata per il momento dall’eclatante successo di ascolto e introiti pubblicitari del recente Mondiale russo. Il “chiaro” su rete generalista o non dedicata torna la legge, e in mancanza di eventi in diretta (se non, per il momento, le partite internazionali della Nations Cup che non vedono impegnata l’Italia) ecco la riscoperta del salotto della domenica sera con la rinascita su Canale 5 di Pressing, con Pierluigi Pardo (accompagnato dalle due nuove signore del telecalcio, Giorgia Rossi ed Elena Tambini) a raccogliere l’onerosa eredità di Raimondo Vianello. Pardo che sarà anche ancora alla guida di Tikitaka e sbucherà pure su Dazn in qualità di telecronista, insieme all’altra voce Mediaset Massimo Callegari e a Stefano Borghi. E la Rai, in tutto questo? Zitta zitta, a dispetto del caos politico ha salvato gli highlight della A (e dunque 90’ minuto), ha sempre le casseforti Nazionale e Coppa Italia a cui sovrappone una partita delle italiane di Champions League in chiaro, al mercoledì. Mica poco, a pensarci: almeno un punto fermo, in questa rivoluzione del telecalcio.
Avvenire

Tradizioni. Perché il Palio è un’ansia che ringiovanisce chi la prova

La storica gara che infiamma Siena e il mondo intero (Ansa/Carlo Ferraro)

in Avvenire
Infine il Palio è volato via dalla sua alta sede in bilico sopra una folla di voci e di colori. Come un aquilone sbanda tra le grida, gli urti, in un delirio acceso da gran tempo. Fuoco che divampa dagli Etruschi che, maestri delle corse di cavalli, si sfidavano nelle radure dei boschi intorno Siena, cavalcando nudi. Discende il Palio dal muro del Palazzo nella folla accosto al palco dei giudici, tra la mossa (la partenza) e la Costarella, una piaggia da cui si domina Piazza del Campo. Discende da quel cielo fiorito di passione e di paludate memorie cittadine. Il Palio rilancia nell’azzurro, per due volte l’anno (2 luglio e 16 agosto), i suoi strali e le sue frecce infuocate dalla cabala e dalla cocente battaglia in atto. Lo precipita in un golfo accogliente d’altre voci il suo effimero destino. Il Palio sfiorisce d’incanto in una manciatella di secondi che sono un’eternità per le Contrade avvinghiate a questa girevole ruota del destino. Ora in alto, ora a capoficco.
Emozioni taciute per tutto l’anno con quell’arte della dissimulazione che potente si impara fin da bambini ed esplode nel tormentoso agone della vittoria. Quando infuria la luce estiva e le notti a Siena vanno, nel balsamo della frescura, per il bisbiglio di acque segrete che si riversano nelle magnifiche fonti, allora Siena respira come una madre che abbia appena benedetto la nidiata. Il Pallio è una seta dipinta, che trae origine dal vestiario nobiliare dell’antica Roma. Evocare il solo nome della vittoria del Palio crea nei diciassette popoli di Siena, un entusiasmo indicibile, endemico, convulsivo. Tutto quel lento abbrivio che dura da un anno all’altro, dai primi vagiti fino alla vecchiaia, è un’indomita, sottile e battente trepidazione che cresce a vista d’occhio nei quattro giorni che precedono l’evento. La brama del trionfo pervade la città di canti, bandiere, tamburi. Il Palio è un’ossessione personale e collettiva così radicata, intima e segreta che è quasi impossibile rintracciarne le cause e i confini, la storia e le notturne ed esplicite ragioni. Possiamo solo dire che vincere il Palio è una gioia pura, ebbrezza senza fine, ma sobria, elegante e talvolta, per le più combattive e baldanti schiere, è un affronto vivace. La campanina della Chiesa della Contrada suona a vittoria il 2 luglio e il 16 agosto. Sembra anche lei una persona normale che d’improvviso è impazzita. I più solerti nel servizio alla Contrada si danno il cambio in questo gaudioso ufficio. Non la lasciano in pace, quella campanina, fino a notte fonda. Si canta per le strade solo per lei questa rinomata canzone: «Sòna, sòna campanina/ che per me non sòni mai/ ma stasera sònerai/ sònerai soltanto per me». Il Palio è un destino che si compie; qualcosa muore all’istante, si sbriciola, scompare e si inabissa nel pianto e nella gioia più sfrenata. Il destino però non infrange la speranza, perchè a Siena la speranza si rinnova nel Palio, nella sua ciclica stagione, nella sua incomparabile sequenza di luci e di ombre che sono proprie della vita. La Bellezza è mista al dolore tanto è forte e percussiva. Cadute e trionfi non si programmano.
Nel Palio vi è di mezzo la cabala dei numeri e ogni altro appiglio di Fede e di superstizione, purchè i colori della propria Contrada vadano a segno. Non si immagini però che la Fede si baratti con la passione civica. Niente è più simbolico del Palio di Siena: se lo vivi tutto l’anno lo senti traboccare dentro il sangue, perciò non è filosofia di ragionamenti, ma è un altro sottile e audace ragionare. E’ un’appartenenza esclusiva, non è fatto come lo sport dove uno è della Juventus e vive a mille chilometri da Torino. Non funziona così per noi. A Siena se non ti piove addosso la grazia del Palio tutti i giorni dell’anno, non ti puoi gloriare della sua bellezza e verità. Resti un pesce fuor d’acqua. Penosi i giorni del Palio per un senese fuori Siena quando il campanone, detto Sunto, rintocca dalla Torre del Mangia e chiama nel suo agonico lamento il Popolo a raccolta. Il Palio è un’ansia che ringiovanisce chi la prova e non si accettano sermoni da nessuno, né comparazioni saccenti o parentele con altre manifestazioni che portano questo nome. Il Palio è uno solo! Quello che amava Santa Caterina da Siena, che di cose belle e durature se ne intendeva. Il Palio è un’opera d’arte, un capolavoro collettivo di un Popolo che nei secoli ha tenuto alta la gloria delle Arti e della Santità. Il Palio si può solo vivere, non raccontare. Perchè è vita e morte in figura. Si può certo migliorare o sciattare del tutto, Dio non voglia! Se ne discute male, di squincio, come quando ti parlano addosso della tua mamma. Non si può parlare a freddo del Palio con l’incauto andazzo modernoide. Non ne sorte niente! «Ma di che?» si dice a Siena. «Di che si parla?» Come per chiudere alla spiccia un discorso tortuoso. Quest’anno il Palio del 2 luglio lo ha vinto il Drago: san Giorgio permettendo. Altri fuochi si accendono intorno al Palio, ora che a Siena se ne aspetta un altro.

Il bilancio dei Campionati. A Glasgow e a Berlino il volto migliore dell'Europa

La 20 km di marcia, maschile e femminile, sfila ai piedi della Gedächtniskirche (Ansa/Ap/Matthias Schrader)

in Avvenire
Comunque sia andata, è stato un successo. Quali che siano stati – come sono sempre, in ogni grande manifestazione sportiva – le gioie e i dolori, i trionfi insperati sul filo di lana e le brucianti delusioni per anni di lavoro sfumati magari per una foratura o per un inciampo, i primi Campionati europei hanno rappresentato una vittoria scintillante, sia per lo sport sia per l’Europa.
Per lo sport, perché questa manifestazione organizzata un po’ di corsa ha davvero avvicinato il livello tecnico e l’attenzione mediatica di una piccola Olimpiade. Con buona pace del Comitato internazionale olimpico, la cui analoga iniziativa – i Giochi europei – non ha scaldato né gli atleti, né il pubblico, né soprattutto le federazioni sportive continentali: alla prima edizione, Baku 2015, hanno partecipato di fatto solo seconde linee. Fortemente voluti dall’Unione europea di radiodiffusione, questi Campionati europei si sono invece intelligentemente appoggiati a iniziative già in corso (gli Europei di atletica 2018 erano già stati assegnati a Berlino, Glasgow aveva tutti gli impianti pronti dopo i Giochi del Commonwealth di quattro anni fa) e le ha riunite in un unico contenitore ben calibrato soprattutto dal punto di vista televisivo. E ottimi sono stati i dati di ascolto, dei quali si sono giovate soprattutto le discipline minori (dal canottaggio al golf) che hanno beneficiato dell’effetto traino costituito dalle due regine, nuoto e atletica. Per ospitare la prossima edizione – che si terrà nel 2022 – non mancano le candidature, tra le quali quella di Roma: ma prima andrà sciolto il complesso gioco a incastri in corso per portare in Italia le Olimpiadi invernali del 2026. Organizzazione intelligente, coordinamento tra le federazioni sportive continentali che hanno fatto convogliare sull’iniziativa i propri Campionati che comunque si sarebbe dovuti svolgere nel 2018, costi contenuti grazie l’uso di impianti già esistenti: tutto ha funzionato a dovere.
Ma anche l’Europa nel suo complesso esce bene da questa rassegna, e proprio in un momento in cui il vecchio e un po’ acciaccato continente ha un gran bisogno di guardarsi allo specchio e vedere riflessa un’immagine un po’ migliore di quella, improntata agli egoismi e alla sfiducia, che sembra andare per la maggiore. A brillare è soprattutto l’Europa dei popoli che si incontrano e si sfidano, sì, ma per abbracciarsi sempre a fine gara; l’Europa di un marciatore (l’italiano Stano) che al rifornimento di metà gara prende due spugne anziché una, e l’altra la passa all’avversario tedesco accanto a lui. È l’Europa dove l’origine etnica e famigliare degli atleti – dei cittadini – è giusto un dato biografico e nulla più. La platea continentale ha esultato e si è rattristata allo stesso modo quando i colori delle loro nazioni erano in campo, indifferentemente dalle sfumature melaniche della pelle di chi li indossava. Senza enfasi, anzi, con la massima semplicità: come raccontava in telecronaca il sempre eccellente Franco Bragagna, nella staffetta italiana c’erano Filippo Tortu detto Pippo, brianzolo di origini sarde, ed Eseosa Desalu detto Fausto, cremonese di origini nigeriane. Senza bisogno di aggiungere altro.
Non è retorica: è la reale quotidianità di tanti europei, soprattutto giovani, che sono nati e cresciuti in un contesto in cui l’orizzonte continentale, e non nazionale, è quello nel quale sono abituati a muoversi, a confrontarsi, a vivere. Senza dimenticare le proprie radici – e la cerimonia del podio con gli inni e le bandiere è sempre lì, al termine di ogni gara, a ricordarle – ma capaci di portarle, queste radici, nel tronco comune di un’identità più ampia, come se il fusto del grande albero europeo avesse bisogno di abbeverarsi ai mille rivoli delle sue pluralità, per poter infine abbracciare sotto il suo ombrello frondoso tutti i popoli del continente.