Calcio Euro 2016 Italia Conte: «Europei, piena fiducia nei 23»

Fiducia totale nei 23. L'importante è pedalare a testa bassa. All'indomani dell'arrivo della nazionale a Casa AzzurriAntonio Conte si mostra sicuro delle sue scelte e del lavoro impostato sino ad ora con i suoi ragazzi. Ieri l'arrivo in hotel e l'abbraccio degli italiani di Montpellier, oggi il primo allenamento aperto al pubblico: "Ci ha fatto molto piacere allenarci davanti a tanti tifosi italiani, ci hanno trasmesso energia, entusiasmo e passione, messaggi che la squadra riceve e che per noi sono importanti", ha spiegato Conte nella prima conferenza.
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Un ct determinato e deciso tenere il gruppo a riparo dallo scetticismo e dalle pressioni esterne: "Quello che avviene all'esterno deve riguardarci poco, dobbiamo rimanere concentrati su quello che stiamo facendo, dobbiamo pensare a lavorare e a migliorare i nostri principi e le nostre idee di gioco, senza curarci minimamente di quello che può arrivare dall'esterno - ha spiegato il ct -, che siano elementi negativi o positivi, non deve interessarci, non devono intaccare il nostro lavoro, dobbiamo andare avanti, rimanere onesti con noi stessi senza pensare se sta scendendo o salendo l'entusiasmo. Come dico sempre testa e bassa e pedalare senza guardare chi ci sta a fianco, ma a chi ci sta davanti".
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E davanti, calendario alla mano, c'è il Belgio: il debutto degli azzurri il 13 giugno a Lione. Conte sta lavorando seguendo le sue certezze e il lavoro dei suoi ragazzi giorno dopo giorno, momento dopo momento di ogni allenamento. "Stiamo cercando di lavorare per ottenere il meglio e il massimo da ognuno di noi, a cominciare da me. Non ci sono dubbi, non ci sono cose da chiarire, devo capire chi sono i giocatori che stanno meglio, ne ho scelti 23 e ho grande fiducia in tutti loro a prescindere da chi gioca, so cosa mi possono dare, ci sono tre partite, ne ho scelti 23 e so che giocheranno tutti". Neanche il problema del gol lo assilla, perchè alla fine "è importante creare le situazioni affinchè si possa gonfiare la rete, è importante buttare la palla dentro, ma serve anche un pizzico di fortuna per sbloccare certe partite. Non ho la sfera di cristallo per dirvi cosa accadrà, posso solo dire che continuiamo a lavorare per ottenere il meglio".
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Conte torna poi sulla scelta di Montpellier: "La nostra è stata una scelta molto accurata perchè ci assicurava quello che cercavamo, ovvero un ottimo centro sportivo, una cittadina tranquilla con una folta comunità italiana, un aeroporto sempre operativo, speriamo che questo connubio possa portare fortuna a noi e anche alla città". "Qui c'è l'ambiente ideale per soddisfare le nostre esigenze, me ne ero reso conto quando abbiamo fatto il sopralluogo, ne ho avuto conferma adesso, pensiamo di aver fatto tutto nella maniera migliore, abbiamo scelto una città piccola, confortevole e con tanti italiani".
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Erano circa 600 quelli che hanno assistito questa mattina al primo allenamento francese degli azzurri e che poi hanno ricevuto in regalo palloni e autografi, con lo stesso Conte in prima fila e che prima aveva iniziato la seduta con un discorso alla squadra. "Abbiamo solo stilato una sorta di programma di lavoro in vista della prima partita. Qui abbiamo trovato temperature più alte rispetto a Coverciano dove c'è stato cattivo tempo, meglio per la squadra perchè quando non c'è molto caldo si fa meno fatica, qui abbiamo trovato 27 gradi ed è importante acclimatarsi velocemente".
Avvenire

Intervista Schillaci: Italia ridammi notti magiche

Formidabile quell’anno 1990, l’estate dei Mondiali di calcio italiani. «Notti magiche / inseguendo un gol» – cantavano Bennato e la Nannini – e fermo immagine indelebile sugli occhi spiritati della “tigre” del Cep di Palermo, Totò Schillaci. È passato oltre un quarto di secolo da certe notti e il cinquantunenne Totò di strada ne ha fatta tanta. Come sottolinea Edoardo Bennato in prefazione all’autobiografia di Schillaci – scritta dal calciatore con Andrea Mercurio –Il gol è tutto (Piemme, pagine 288, euro 17,50), «Totò bambino è arrivato lontano, in quelle notti magiche, sotto il cielo di un’estate italiana».

Stiamo per rivivere altri notti magiche anche all’Europeo di Francia?
«Non si può accostare la Nazionale di Italia ’90 a questa di Antonio Conte. La nostra era una squadra straordinaria, una delle migliori di tutti i tempi. Farne parte, aver avuto la fiducia del ct Azeglio Vicini, è stata una soddisfazione immensa. Ero partito con poche chance di giocare e alla fine mi sono ritrovato ad essere il capocannoniere del torneo (sei gol), il vincitore della Scarpa d’oro e il secondo classificato al Pallone d’oro dietro a Lothar Matthäus campione del mondo con la Germania».

Ma quel Mondiale resta forse anche uno dei suoi più grandi rimpianti sportivi...
«Arrivare solo terzi da imbattuti, con appena un gol subito da Zenga fino alla semifinale, ed essere buttati fuori ai rigori dall’Argentina, dopo aver bloccato Maradona... Sono cose che anche a distanza di tanto tempo ci ripensi e sì, fanno un po’ male. Ma è andata così, fa parte del gioco».

Il bilancio della sua carriera è comunque positivo no?
«Sono stato molto fortunato. Ho cominciato a giocare sull’asfalto nella strada del mio quartiere a Palermo, circondato da gente che ha conosciuto la fame e la galera. Io ce l’ho fatta superando continuamente tutte le sfide che si sono presentate e afferrando al momento giusto l’occasione che mi veniva data».

Una sfida che oggi continua con la sua scuola calcio palermitana.
«Ho trecento ragazzi nella scuola di via Leonardo da Vinci ai quali insegno ogni giorno che se fai sport e ti allontani dai pericoli della strada prima o poi si presenterà la buona chance. L’importante è saper trovare una passione, e che sia per un pallone da calcio, da pallavolo o da rugby, per un paio di scarpette di danza o per uno strumento musicale, l’importante è che tu segua la tua passione e la tua vita diventerà più facile e sicuramente migliore. Io questo ho fatto, ho solo assecondato la mia passione di bambino e sono arrivato al grande calcio».

Prima però c’è stato un settennale di gavetta al Messina con allenatore il “Professore” Franco Scoglio come guida.
«Uno dei tecnici più bravi e forse dimenticati del nostro calcio, ma che è sempre presente nel mio cuore. La lezione più importante del Professore? Scoglio mi diceva: “Totò vai in campo e gioca come sai, vedrai che il gol arriverà”. Aveva ragione».

Nell’89 cade il Muro di Berlino e lei diventa il nuovo bomber della Juventus.
«Un passaggio facilitato dall’incontro di amici veri in campo e fuori, come Tacconi, il terzino Napoli e il più grande campione che ha espresso il nostro calcio negli ultimi trent’anni, Roberto Baggio. Roby è stato il nostro Maradona e l’ha dimostrato ancora di più quando ha chiuso la sua carriera in provincia, al Brescia».

Alla Juve con Trapattoni ci furono momenti di grande tensione quando il giorno della strage di Capaci le disse: «Avete ucciso anche Falcone».
«Quella sera mi presentai a tavola con la squadra ignorando la notizia... Il Trap si voltò verso di me e disse quella frase, ma non lo fece con cattiveria, era soltanto addolorato e sconvolto per l’accaduto. E io più di lui: lì per lì me la presi, oggi so che la morte dei giudici Falcone e Borsellino e di tutte le vittime di mafia non è certo imputabile al popolo siciliano, il quale è composto da gente che vive del proprio lavoro e non ha niente a che fare con la malavita».

Oggi gli ultrà se la prendono con i calciatori di colore, ieri invece si accanivano contro quelli meridionali e a lei gridavano «Schillaci ruba le gomme».
«Sono cose che mi danno molto fastidio, anche perché da sempre è un costume tipicamente italiano. Io non me la sono mai presa più di tanto e ho capito che un calciatore l’unica risposta agli ignoranti può darla solo in campo, giocando al meglio e divertendo la maggior parte della gente che va allo stadio per assistere a uno spettacolo e non per insultare il meridionale o il ragazzo di colore».

Il suo calcio aveva al massimo tre stranieri, oggi ci sono squadre che quando va bene schierano tre italiani.
«E infatti le conseguenze le stiamo vivendo e pagando sulla nostra pelle. Conte ha fatto una fatica enorme a trovare ventitré giocatori da portare agli Europei. Prendete uno come Zaza, è un ottimo attaccante, ma alla Juventus nel suo ruolo ha davanti altri quattro stranieri e gli tocca andare puntualmente in panchina».

E se Zaza diventasse lo Schillaci di Francia 2016?
«Glie lo auguro di cuore, un po’ mi somiglia: Zaza sa entrare a partita in corso e cambiarla, perché vede la porta come pochi altri attaccanti in circolazione».

Lei è stato il primo italiano a sbarcare in Giappone, che ricordi ha?
«Venivo da una stagione all’Inter piena di infortuni, avevo ventinove anni ma già mi sentivo a fine carriera, così accettai l’offerta molto vantaggiosa del Júbilo Iwata. All’epoca il calcio giapponese non aveva il seguito di adesso e le cose in questi vent’anni sono nettamente migliorate in tutta l’Asia. Per lavoro vado spesso in Cina con il Club Italia e la “rivoluzione” che stanno facendo, a partire dalle scuole calcio fino all’acquisto dell’Inter, mi fa pensare che non sono lontani i tempi in cui anche i cinesi avranno una nazionale competitiva».

Si dice che il calcio sia una “fede”, ma quella Schillaci ce l’ha a prescindere da un campo di pallone...
«Dio unisce tutti i puntini per creare il nostro disegno e io mi sono sempre trovato nei puntini giusti. Unendoli, uno dopo l’altro, è venuto fuori lo splendido disegno che sto vivendo: altri giorni e notti magiche, e questo lo considero un dono divino».
Avvenire