Roma 2024, ecco il progetto olimpico

Roma vuole le Olimpiadi. E scopre le carte. Oggi è stato presentato il dossier per i giochi del 2024 nella speranza di poter battere i concorrenti:Parigi, Amburgo, Budapest e Los Angeles

"Il progetto di Roma 2024 mette al centro il tema dell'arte italiana nell'accoglienza e la capacità di portare in giro per il mondo la qualità della vita del nostro paese. Vogliamo che rappresenti la più grande festa dello sport mai realizzata per qualità degli impianti, attenzione agli atleti, capacità organizzativa e raggiungimento dei risultati rispetto al budget". È questa la "dichiarazione di intenti" di Luca Cordero di Montezemolo, presidente del Comitato promotore per la candidatura di Roma all'Olimpiade del 2024, in occasione della presentazione del dossier per i giochi 2024questa mattina al Palazzo dei Congressi dell'Eur. 

Sull'onda di Expo
"Vogliamo togliere qualunque elemento che non metta lo sport al centro - ha aggiunto Montezemolo -. Vogliamo mettere il nostro Paese al centro del mondo come è stato con Expo, grande vetrina italiana nel mondo. Queste Olimpiadi sono anche l'opportunità per dare un forte impulso alla crescita e alla qualità della vita a Roma. Questo è il nostro impegno verso le nuove generazioni".

La lettera del presidente Mattarella
"La candidatura di Roma ad ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici del 2024 è una sfida che sollecita le capacità progettuali del Paese, che ne mette alla prova visione, qualità e risorse". Queste le parole contenute nella lettera scritta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al presidente del comitato promotore Luca di Montezemolo e al presidente del Coni, Giovanni Malagò.
"Dobbiamo valorizzare le energie migliori dello sport ed eliminare le storture, contrastando zone grigie e ogni forma di illegalità - ha aggiunto Mattarella nella lettera - Il percorso che ci separa dal momento in cui verranno assegnati i Giochi va compiuto con impegno e coerenza, chiedendo al nostro sport di dare il meglio di sè in tutti i campi, investendo sulle eccellenze come sulla diffusione della pratica sportiva di base, incentivando tutti coloro che, con generosità, si dedicano alla crescita delle diverse discipline".

Montezemolo: i quattro pilastri del progetto
"Il progetto si fonda su quattro pilastri: elevata trasparenza approccio low cost, condivisione e coinvolgimento, miglioramento della qualità della nostra città". Così Luca di Montezemolo illustrando il dossier della candidatura di Roma ai giochi del 2024. "Abbiamo dei rivali, Ma a la città ha la voglia e la forza per vincere questa sfida".

Il costo per gli impianti
La spesa da sostenere per realizzare gli impianti permanenti costruiti per i Giochi ma che resteranno alla città come nel 1960 sarà di 2,1 miliardi di euro. Il costo totale degli impianti, invece, supererà di poco i cinque miliardi. Ha spiegato Montezemolo entrando nei dettagli: "La cifra sulle strutture permanenti parte da un presupposto: abbiamo il 70% degli impianti disponibili e se volessimo domani fare la cerimonia inaugurale allo stadio Olimpico, l'atletica o il nuoto potremmo farlo. Le due voci più importanti riguardano il Villaggio Olimpico, che deve avere 17mila posti letto per richiesta del Cio, e il centro stampa". Il costo degli impianti temporanei è invece 3,2 miliardi di euro, per un totale di poco superiore ai 5 miliardi.

L'effetto occupazionale
Tra i vantaggi economici previsti da uno studio del Ceis, per le Olimpiadi a Roma nel 2024 si stima un apporto occupazionele di circa 177mila unità di lavoro in tutto il periodo di cantiere (2017-2023). IL dato emerge dalla valutazione economica dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Roma 2024. Secondo l'analisi, 48mila saranno direttamente collegate ai lavori preparatori dei Giochi. Nel decennio successivo alle Olimpiadi, inoltre, il modello economico utilizzato proietta un incremento dell'occupazione pari circa 90mila unità di lavoro.
Avvenire

Rigore, undici metri sotto al cielo


Date a Coppens quel che è di Coppens, ovvero il “rigore a due tocchi”. La “Pulce” Messi nell’ultimo turno della Liga l’ha fatta grossa, per ben due volte: la prima infierendo sul povero Celta - sconfitto 6-1 - con quel rigore anomalo (tocco dal dischetto e assist, non concordato, per l’accorrente Suarez che anticipa anche il compagno Neymar e mette in rete) e poi dedicando il gol a quello che lui ritiene il maestro della specialità, l’ex monumento blaugrana, l’olandese Johann Cruijff che con il “dos balazos” ne realizzò uno identico nell’anno mundial 1982. Ma attenzione, la storia è maestra di vita e anche di campo e ci ricorda che quel rigore a due tocchi ha una paternità ben più remota. Correva l’anno 1957, e a inventarsi la folle giocata in un Belgio-Islanda (4-0) fu il belga Rik Coppens, morto nel febbraio del 2015 a 85 anni. «Coppens corse verso il pallone, poi, invece di calciare in porta, aprì l’interno del piede destro e mise la palla sulla corsa di “Braccio di Ferro” Piters... Ma quest’ultimo (scivolato) riuscì a toccare il pallone che poi tornò ancora sui piedi di Coppens, il quale lo spinse in porta di piatto ». 

È il racconto del primo vero rigore a due tocchi fatto da Ben Lyttleton nel suo gustosissimo saggio Undici metri. Arte e psicologia del calcio di rigore ( Tea, Pagine 395, euro 16,00). Il calcio di rigore, la cui origine affonda al 1890 fu una trovata diWilliam McCrum, portiere irlandese dell’allora fanalino di coda del campionato, il Milford Fc. «Solo un portiere, si disse, avrebbe potuto inventarsi un momento di tale drammaticità e martirizzazione in cui la star dello spettacolo era proprio lui». McCrum da attore dilettante aveva dato il via a quella teatralizzazione secolare della massima punizione diretta (fino ad allora gli arbitri concedevano solo punizioni indirette). Da lì, alla roulette russa della “sessione” dei calci di rigore bisognava però attendere ancora mezzo secolo. Nel 1962, sempre Barcellona, fu il teatro della prima “sessione” dagli undici metri. La finale del Trofeo Ramòn de Carranza tra i catalani e il Real Saragozza chiusasi in parità al 90’, per volere di Rafael Ballester (lavorava per il CF Càdiz) si sarebbe decisa dopo i cinque calci di rigore assegnati per ciascuna squadra. Vinse il Barcellona, ma la federazione spagnola non sviluppò l’idea di Ballester che rimane comunque il “papà” di quella prima “lotteria” che al Mundial del 1982 decise la semifinale tra la Francia di Michel Platini e la Germania del portiere Harald Schumacher. 

Uno psicodramma nazionale per i francesi che videro i loro sogni di gloria infrangersi sulle grandi mani del ric- cioluto panzer tedesco. Per il riscatto, la Francia dovette attendere la fine degli anni ’90, l’era Zidane. Zizou Zidane, per il leggendario centrocampista praghese Antonìn Panenka è assieme a lui e Crujff uno dei tre inventori di una “mossa” nella storia del calcio. Per Panenka nella cerchia aristocratica dei creatori di gesti unici non figurano i divini Maradona e Pelè, e tanto meno quella che chiama la “generazione playstation”, Messi, Ronaldo e Neymar. «Zidane ha inventato la “ruleta”, Crujff il rigore a doppio tocco e io quello alla Panenka», ovvero la trasformazione da fermo con colpo sotto, da noi più nota come il “cucchiaio”. 

Genialata che molto prima di Francesco Totti («mo je faccio er cucchiaio», rigore realizzato nella semifinale di Euro 2000 Italia-Olanda), Panenka tirò fuori dal suo cilindro quarant’anni fa (1976) nella finale degli Europei della ex Jugoslavia. Vittima del suo “cucchiaio-Panenka” il portiere della Germania Ovest Sepp Maier. La Cecoslovacchia vinse il titolo europeo e grazie a Panenka («se non avessi segnato quel rigore il regime comunista mi avrebbe spedito in miniera per trent’anni», ha raccontato) fu l’ultima nazionale ad aver battuto ai rigori la Germania che dal dischetto poi conquistò cinque vittorie su cinque. «Ma la nazionale ceca fece anche meglio - ricorda Lyttleton - tre vittorie su tre decise ai calci di rigore e neanche un errore dal dischetto. Venti rigori, venti gol». L’errore fatale ha oscurato in parte la carriera di un bomber di razza (più di 250 gol) come l’argentino Martìn Palermo, detto “El Loco”. 

La vera pazzia della sua vita rimane però quel Colombia-Argentina (3-0), Coppa America del 1999, in cui Palermo stabilì un record: tre rigori falliti. Si fermò a due sbagliati il fantasista dell’Inter Evaristo Beccalossi. Il suo doppio flop dal dischetto contro lo Slovan Bratislava (era il 15 settembre ’82) ha ispirato Evaristo scusa se insisto, lo spettacolo teatrale del comico di fede nerazzurra Paolo Rossi. La trasformazione del rigore dipende sempre da molti fattori, fortuna inclusa. «È un’esecuzione molto rischiosa, ci vuole coraggio e il calcio ha bisogno di fantasia», sosteneva Coppens. Ma la più grande delle fantasie è quella del portiere-rigorista. Il caposcuola è stato il paraguaiano José Luis Chilavert, classe 1965, che nel quadriennio 1984-’88 che passò nel club amato da papa Francesco, il San Lorenzo de Almagro, ancora non calciava i rigori. Ad allenarsi sui calci da fermo iniziò in Spagna, al Real Saragozza, e nel 2004 quando appese le scarpe al chiodo chiuse con 62 gol, di cui 45 su rigore. Meglio di lui ha fatto soltanto il portiere brasiliano del San Paolo, Rogerio Ceni: 129 gol, 58 su rigore. Nella sua proverbiale solitudine, il portiere pensa che tra i maggiori doveri del suo mestiere c’è anche quello di parare i tiri dagli undici metri. E nella graduatoria mondiale dei “pararigori”, pur non essendo quella brasiliana la miglior scuola del pianeta football, è comunque prima con 35 concessi e 17 parati, 33% dei tiri neutralizzati. (seconda la Germania 31%, l’Italia è sesta con il 21%). La stessa media del Brasile attualmente ce l’ha il portiere belga Jean-Francois Gillet (per sedici anni nella nostra Serie A) che nella stagione in corso ha parato 5 degli otto rigori fischiati contro alla sua squadra, il Malines, portando lo score personale a 34 rigori intercettati su 104. 

Ma i numeri non potranno mai spiegare l’atmosfera thrilling che si ripropone ad ogni duello tra portiere e rigorista. «Il pallone riposa su una luna di calce (luna due volte piena), un fischio impartisce l’ordine e il carnefice aggredisce la sua vittima... L’ordine è quello di una fucilazione, ma il tiro ha l’inconveniente di poter finire fuori bersaglio», ha scritto il più letterario degli attaccanti, l’argentino Jorge Valdano. Che un giocatore non si giudica da come batte un calcio di rigore vale anche per i migliori. Le lacrime di Franco Baresi e lo sguardo vitreo di Roberto Baggio dopo aver mancata la grande occasione di battere il Brasile ai rigori, è per noi il triste fermo immagine della finale dei Mondiali di Usa ’94. 

Diego Armando Maradona fallì cinque rigori di fila, salvo poi al Napoli infilare una serie di 15 trasformazioni consecutive. Il racconto potrebbe continuare all’infinito, ma è meglio chiudere con il tiro finale del dimenticato Coppens: «Il rigore è una specialità per giocatori tecnici. Io non mi allenavo mai a tirarli, ma non capisco come si possa fare a sbagliarli, sono così semplici...».
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