La storia Formula 1, la fede corre a 300 all’ora

Motori spenti, la Formula 1 domenica scorsa ad Abu Dhabi ha abbassato le saracinesche dei box e archiviato il Mondiale 2015 incoronando re Lewis Hamilton al volante della sua Mercedes. Correre a 300 chilometri orari richiede talento, sangue freddo, ma anche la giusta dose di fede C’è chi la esibisce e chi la nasconde. Quando si parla di fede la F.1 è un mondo strano. Si rischia la vita per passione, mettendola in gioco come se fosse un valore senza senso, poi nel profondo dell’intimo ci si rivolge lassù affinché qualche entità nascosta ti protegga. 


Un controsenso, che negli anni passati ha avuto un apice con un nome e un cognome ben preciso: Ayrton Senna. La sua fede in Dio era enorme, smisurata e il suo destino sembrava tracciato da una mano superiore che aveva disegnato un folle saliscendi, dall’apice del successo al precipizio di una fine in mondo visione. Era il 1988 a Suzuka, Giappone. Senna si sta giocando il mondiale F.1 contro Prost e la sua concentrazione è al limite. A fine gara, campione del mondo per la prima volta, Ayrton fece una confidenza molto intima: «A un certo punto ho perso il contatto con la realtà, andavo sempre più forte, sempre più veloce e a un tratto mi è apparso Dio, ho visto che mi parlava, mi incuteva un senso di pace e rilassatezza, ho capito in un attimo cosa dovessi fare, cosa valesse la mia vita, un momento unico di contatto con nostro Signore che mi ha segnato». 


Da quel momento in poi qualcuno ne approfittò per prenderlo in giro, quando ad esempio commetteva un errore qualcuno ci ironizzava sopra. Invece Ayrton ha sempre spinto ed esaltato questa sua fede, il seguire una strada già segnata che poi, nella fondazione Senna, ha trovato uno sbocco pratico: la raccolta fondi per aiutare i bisognosi, i bambini poveri, creare loro un futuro spendendo soldi e risorse della famiglia e di chi ha creduto in questo progetto. 


Ma Senna non è stato l’unico brasiliano ad esibire la sua fede, i piloti sudamericani in questo sono molto più espliciti rispetto ad altri. Rubens Barrichello, ad esempio, fu sorpreso all’interno della sua Ferrari F.1 a farsi il segno della croce prima di entrare in pista. Barrichello non sapeva della telecamera e quando il suo gesto divenne pubblico provò quasi un eccesso di pudore per aver mostrato una sua debolezza, ovvero aveva mostrato un lato intimo della sua persona che voleva tenere per sé senza divulgarlo ai quattro venti. Il polacco Robert Kubica è convinto che si salvò dallo schianto durante un rally grazie all’intervento miracoloso del suo amatissimo connazionale papa Giovanni Paolo II. 


Di recente un altro pilota della scuola Ferrari, Esteban Gutierrez, è stato al centro di una visione della fede molto particolare. La mamma è da sempre devota della Vergine di Guadalupe e fin dai primi “giri” in auto ha disseminato gli abitacoli delle monoposto di Esteban con santini, immagini della Vergine e reliquie, tanto che quando passò dalla GP3 alla G2 il suo manager, Nicholas Todt, chiese espressamente di toglierle dall’abitacolo. Non per mancanza di fede ma per una questione di sicurezza. Tutti quei foglietti attaccati in qualche modo sul cruscotto, sul sedile, dietro il volante, potevano staccarsi e creare problemi, bloccare pulsanti o altro. Si trovò un compromesso, con un santino nel casco e uno sotto al sedile. 


Ma quando Gutierrez arrivò alla Sauber i meccanici scoprirono che sotto al sedile non c’era una immaginetta, ma una statuetta vera e proprio! Che fu tolta per una questione di peso e sicurezza. Immaginate se il metallo, in caso d’urto, avesse forato il sedile all’altezza delle vertebre… Anche Sergio Perez, altro messicano, vanta una serie simile a Gutierrez e anche qui è stata la mamma a provvedere all’installazione dei santini nei posti meno pericolosi, come all’interno del casco. Un caso eclatante, in netto contrasto con lo stile di vita e le compagnie frequentate è quello del già citato campione del mondo Lewis Hamilton. Il suo ispirarsi a Senna è andato oltre il disegno del casco, infatti sulla schiena si è fatto tatuare una croce enorme a ribadire il suo credo e la sua fede, ma in pubblico non c’è mai stato un gesto di richiamo, un segnarsi il volto prima di scendere in pista, nulla. 


Soltanto questa esibizione sulla propria pelle con una catena d’oro enorme appesa al collo alla quale si aggiunge un crocifisso fuori dai circuiti: «Sono credente, ho una fede immensa, mi raccomando sempre a Lui e prego per la mia famiglia», si lasciò sfuggire una volta quando non era ancora l’Hamilton luminosa icona attuale del Grande Circo. Insomma, è un contrasto fra il suo io interiore e quello esteriore, un caso da studiare con cura fra gli specialisti del bianco e del nero della sua anima, perché un pilota più spietato e opportunista non c’è in circolazione. Ma parlando di fede emerge un fatto nascosto ai più che soltanto ora è venuto alla luce. 


La fede di Enzo Ferrari, il suo credere in Dio e soffrire intimamente per quello che accadeva. Negli anni Cinquanta in una sola stagione perse cinque dei suoi piloti. Il “Drake” di Maranello venne paragonato a Saturno, che mangiava i propri figli. Aveva un grande rispetto per la vita e i suoi uomini che però il destino avverso voleva che perdessero la vita. Una tragedia immensa per la sua visione dell’eterno. E poi la lotta per la vita di Alfredino, suo figlio, ucciso dalla distrofia muscolare. E il diario in cui Enzo Ferrari giorno per giorno raccontava l’epilogo, pregando sempre per un miracolo impossibile. 


Dice oggi Piero Ferrari, il figlio superstite, del credo e della fede del padre: «Quando nel 1988 a maggio venne a Maranello papa Giovanni Paolo Secondo mio padre era a letto con la febbre a 40, era l’inizio della fine dell’infezione renale che lo portò via ad agosto. Mio padre voleva follemente conoscere il Papa, parargli, confessarsi, fu una giornata indimenticabile per la lotta che fece dal suo letto coi dottori perché nonostante la febbre altissima, il delirio che lo prendeva a volte, voleva andare a Maranello a tutti i costi a incontrare il papa. Non fu possibile, fu un ultimo desiderio che non si realizzò mai... A lui piaceva papa Wojtyla, ci si rivedeva nel suo spirito combattivo, diretto, deciso. Chissà se gli sarebbe piaciuto anche papa Francesco?». Crediamo di sì, a Enzo Ferrari piacevano i paladini coraggiosi sempre pronti a combattere per una fede, che fosse rosso Ferrari o religiosa, per lui quelli erano i veri uomini e gli eroi da seguire dentro e fuori una pista.
avvenire

Una vera e propria bufera scuote il mondo dell'atletica leggera italiana nella stagione che porta alle Olimpiadi di Rio 2016

 La Procura Antidoping della Nado Italia, "sulla base delle indagini 'Olimpia' svolte dalla Procura della Repubblica di Bolzano ed agli esiti degli accertamenti svolti in ambito sportivo" ha deferito 26 dei 65 atleti che erano stati sentiti per presunta violazione degli articoli 2.3 (eluso controllo) ed art. 2.4 (mancata reperibilità) delle norme sportive antidoping chiedendo per tutti una squalifica di due anni, e di conseguenza la mancata partecipazione ai Giochi brasiliani

Fra loro nomi di primissimo piano a partire dalla medaglia di bronzo del salto triplo a Londra 2012, Fabrizio Donato, e dal campione europeo di maratona Daniele Meucci. Nella lista anche Andrew HoweSimone Collio, Giuseppe Giblisco (ora ritiratosi) e Daniele Greco, quarto a Londra nel salto triplo.

La procura, allo stesso tempo, ha chiesto l'archiviazione per altri 39 atleti, tra i quali Libania Grenot, Alex Schwazer e Valeria Straneo. Le audizioni degli 'irreperibili' della procura antidoping del Coni erano iniziate a gennaio 2015. 

Il presidente della FidalAlfio Giomi, ha immediatamente ribadito "la totale fiducia nell'operato della procura, auspicando una rapida conclusione dell'iter giudiziario". Allo stesso tempo però il numero uno dell'atletica italiana ha specificato che: "non si tratta di missed test (mancato controllo) ma di filling failure (mancata comunicazione).

Ai fini delle Norme Sportive Antidoping approvate dal Coni hanno lo stesso peso ma sono infrazioni diverse". Secondo Giomi: "E' incredibile come non sia stata comminata alcuna sanzione in occasione delle prime infrazioni, cosa che, probabilmente, avrebbe fatto capire a tutti quanto grave fosse l'inadempienza". Un ragionamento in difesa degli atleti: "scaricare le responsabilità su di loro è troppo semplice - argomenta - L'atleta è il punto di partenza e di arrivo di tutto il movimento sportivo, ma in mezzo ci sono tecnici, società, federazioni, Coni. Assumiamoci tutti la nostra responsabilità".

Infine Giomi fa una specifica sui motivi del deferimento: "nel caso di mancata comunicazione non si parla di atleti dopati nè possiamo accostare automaticamente a tale problema l'idea di atleti che in odore di doping si siano sottratti ai controlli". "Superficialità e negligenza sono pessimi compagni di strada, ma il doping è un'altra cosa", conclude.
avvenire