Calcio in tv Vintage e vincente

Il calcio in tv è una questione di vintage. Alla Domenica sportiva( Raidue) al fianco del giovane Alessandro Antinelli e della radiosa atleta paralimpica Giusy Versace, scendono in campo i “ragazzi dei 70”, gli opinionisti: Bruno Pizzul (classe 1938) e Giovanni Trapattoni (1939). Poi c’è l’under Zdenek Zeman che con i suoi 68 anni è quasi un ragazzo, così come la zazzera canuta del cinquantasettenne Ivan Zazzaroni. Il calcio devoto al vintage televisivo riprende quota con il cantaglorie Gianpaolo Ormezzano, voce poetica del 90° minuto condotto dagli usati sicuri di mammarai, Paola Ferrari e Marco Mazzocchi. Ma la copertina del grande ritorno al passato spetta a lui, al Bisteccone nazionale, Giampiero Galeazzi che, essendo un classe 1946, nel club dei 70 farà il suo ingresso l’anno prossimo 

Nel frattempo Galeazzi è tornato a parlare di calcio dal salotto diDomenica in dove nell’anno del Mondiale Usa (1994) lo aveva chiamato Mara Venier. 
«Stavolta mi ha chiamato Maurizio Costanzo con cui avevo fatto Notti mondiali durante Sudafrica 2010. Il Mondiale del Brasile l’ho commentato da casa, via Skype, e adesso a Domenica in alle 17.30 ho questi sei-dieci minuti di amarcord che fanno tanto bene a me, pensionato e credo patrimonio Rai, ma anche ai telespettatori, visti i messaggi d’affetto che ricevo dopo ogni puntata». 


Come se lo spiega questo ritorno massiccio in video delle voci e dei volti del calcio del passato? 
«Semplice, siamo un Paese romanticamente nostalgico, e comunque per capire il presente bisogna avere coscienza del passato. E poi, diciamoci la verità, la Rai senza i diritti per le partite di campionato deve fare di necessità virtù e affidarsi ai personaggi che godono del consenso nazionalpopolare come il sottoscritto. Forse siamo l’unico antidoto per competere contro gli stregoni del calcio-spezzatino cucinato e precotto dalle paytv. 


Andiamo con ordine, allora, con i volti nazionalpopolari. Cominciamo con il gracchio d’autore di Bruno Pizzul. 
«Brunone è un vecchio combattente da trincea, una garanzia. Adesso poi vedo che si è lanciato su posizioni più moderne, è diventato un battutaro e gira pure le pubblicità con Trapattoni in Brasile. Se non mi fossi infortunato al ginocchio il terzo convocato per lo spot sulla spiaggia di Copacabana ero io». 

Il vecchio Trap regge bene i tempi televisivi? 
«Il Trap in tv funziona nei giorni di festa, quando la tavola è imbandita con i piatti giusti e il vino è d’annata come a una cena dall’Assassino ospiti di Nereo Rocco. Calcisticamente le sue storie personali sono scritte sull’acqua, in telecronaca però Trapattoni lo sento come un amico che racconta le sue storie più che commentare l’evento». 

Meglio i gorgheggi sincopati di mister simpatia Zeman? 
«In televisione ci sono i personaggi che passano in video ma rimangono invisibili, la maggioranza, e poi quelli rari che bucano lo schermo anche quando stanno in silenzio: e questo è il caso della maschera imperscrutabile di Zeman. Rispetto al passato il boemo lo vedo un po’ più spento, però per lui parla la sua grande coscienza etica, è stato il primo che ha detto “fate uscire il calcio dalle farmacie”. Speriamo che l’abbiano ascoltato». 

Ormezzano è uscito dalla carta stampata per finire a 90° minuto.«Alle Olimpiadi Giampaolone occupava due posti mentre martellava sull’Olivetti due pezzi in contemporanea. L’ho lasciato pantagruelico davanti a una fiorentina da Latini e me lo ritrovo a poetare davanti al “filosofo delle gabbie” Corrado Orrico [75 anni anche lui, ndr], a Mazzocchi e alla Ferrari con la quale mi sono beccato una secchiata d’acqua gelata in diretta da Marco Materazzi nella mia ultima telecronaca, la finale di Coppa Italia vinta dall’Inter». 

Chi batte Ormezzano per longevità è Aldo Biscardi, 84 anni, che dal 1980 va ancora in onda con il suo Processo, ora su Sport1«Beh, Aldone è oltre il vintage, è il millennium. Stoico, Biscardi difende le sue palizzate e la cosa incredibile è che trasloca di canale in canale portandosi sempre appresso quel che resta del circo del primo Processo del lunedìdella Rai. Un genio, inventore del bar sport mediatico in cui ha fatto entrare gli intellettuali. Che però a un certo punto hanno cominciato a muoversi come scimmiette ammaestrate».

Non alluderà mica al Giampiero Mughini di Tiki-Taka? «No, lui è un Pasolini rovesciato che prova ad alzare il tiro, anche se l’ultimo Mughini è molto più equilibrato e anche un po’ condizionato dall’andamento in campo della Juventus». 

Dai settantenni del vintage ai classe ’74 Antinelli e Pardo: come li vede questi giovani? 
«Bravi nonostante non abbiamo avuto guide e maestri come Enrico Ameri, Paolo Rosi, Guglielmo Moretti, Tito Stagno, BeppeViola... Io se non fossi andato al caffè Rosati a prendere il cappuccino per Sandro Ciotti (che manco me ridiede i soldi) avrei fatto il commercialista invece che ’sto mestiere... Comunque, Antinelli è un po’ troppo serioso e ingessato nel ruolo del conduttore, deve ancora sciogliersi un po’, ma la sua Domenica sportiva è un buon prodotto. Pardo con Tiki-Taka sperimenta ed è più avanti sul genere del format “popfootball”. Entrambi hanno una matrice in comune. E una fortuna». 

E sarebbe? 
«Fanno entrambi parte della “scuola romana”: quella che comincia da Galeazzi, passa per Sandro Piccinini e arriva a Fabio Caressa. La scuola migliore, siamo cronisti di strada e di Campo de’ Fiori che, partendo dai resoconti di Roma e Lazio, è come se avessimo fatto gli inviati di guerra prima dei giornalisti sportivi». 

Da guru del vintage calcistico in tv, qual è il suo programma ideale? 
«Uno spazio allargato rispetto a quello che ho adesso a Domenica in. Un percorso di storia del pallone sulla scia dei programmi geniali di Renzo Arbore, con gente che tira fuori dal cilindro il suo pezzo migliore e lo mette a disposizione della memoria collettiva: perché è quella che salverà questo Paese e forse anche il calcio dell’era delle tv a pagamento e del finto spettacolo pallonaro».
avvenire

L'inchiesta Lega Pro, ora il calcio piange miseria


C’era una volta il terzo campionato professionistico italiano. Ufficialmente la Lega Pro è considerata come Serie A e B. Meno ricca, ma comunque torneo dove gli atleti vivono di sport. È la storia dell’ex Serie C dove hanno giocato campioni come Cabrini, Tardelli, Di Natale, Zola, Costacurta e Toni, gente che poi è arrivata alla Nazionale giocando i Mondiali (in qualche caso vincendoli). Ma ormai questa è una finzione. Di sicuro lo è per la metà dei giocatori dell’attuale Lega Pro: più del 50% di questi calciatori teoricamente professionisti ha un contratto al minimo sindacale fissato dalla contrattazione tra club e Aic. Significa che le cifre sono queste: chi ha più di 23 anni guadagna poco più di 1.500 euro netti al mese, i ragazzi sotto quell’età poco più di 1.200 euro. Sono importi chiaramente incompatibili con un’attività sportiva di livello professionistico per due motivi: non bastano a ricompensare un calciatore che a 34-35 anni smetterà di giocare e quindi dovrà intraprendere una nuova carriera lavorativa, e non bilanciano il rischio di un adolescente che punta sul calcio a 13-14 anni compiendo inevitabili sacrifici (meno studio, lontananza dalla famiglia, lunghi trasferimenti). 

Senza dimenticare che i giovani Under 25 devono essere schierati per ottenere i contributi economici legati ai minutaggi, introdotti col sistema della mutualità della Legge Melandri sui diritti tv e indispensabili a mantenere in vita molte società. Un sistema da sempre osteggiato dall’Aic perché spinge a far giocare elementi solo in base all’età con la conseguenza di creare distorsioni tecniche e comprimere i costi in modo innaturale. «La verità è che non stiamo più parlando di un campionato professionistico in senso stretto», conferma Felice Evacuo, 33 anni, centravanti del Novara in Serie B, per anni bomber principe della categoria. Quando un presidente di C1 o Prima Divisione voleva inseguire il sogno della promozione, ingaggiava questo centravanti nato a Pompei, 2 presenze in A con la Lazio, consigliere del sindacato calciatori. Evacuo è sempre stato abituato a viaggiare su altre cifre ma non dimentica i colleghi meno fortunati. «Non è un mistero che si guadagna di più tra i Dilettanti perché è più facile mascherare i pagamenti da rimborsi spese, ci sono meno controlli. Pochissimi eletti in Lega Pro arrivano a guadagnare al massimo 120.000 euro, poi esiste una fascia a 40-50.000 euro. E il 50% tra 1.500 e i 1.200 euro al mese. Il minimo sindacale. Molti club sono solo interessati a far giocare i ragazzi per ottenere i contributi. Solo 20 società fanno davvero calcio. Le altre cercano di galleggiare con la mutualità. Si ragiona solo dal punto di vista economico senza nessun progetto tecnico». 

Il risultato è che sempre più ragazzi lasciano il calcio intorno ai 25 anni anche se teoricamente sarebbero tra i pochi ad avercela fatta raggiungendo il professionismo, il sogno di milioni di bambini che iniziano coi Pulcini. Ha fatto rumore la decisione del portiere 
della Giana Erminio, Andrea Ghislanzoni, che poche settimane fa ha scelto di togliersi i guanti per sempre. Colpa del regolamento che obbliga a schierare i giovani trasformando in uno scarto chi ha più di 25 anni. Ma colpa anche - ha raccontato Ghislanzoni - di un sistema nel quale girano talmente pochi soldi da spingere i presidenti a far giocare chi porta lo sponsor. E chi non ha questi agganci finisce ai margini. Prima di Ghislanzoni, avevano lasciato Michele Pini, Simone Villanova e Alessio Rosa: tutti avevano preferito scegliere un lavoro lontano dal campo perché non si fidavano più della vita nel calcio. E sempre più spesso chi sale dai Dilettanti conserva l’impiego che aveva. Avevano fatto così alcuni calciatori del Santarcangelo promosso nell’allora Seconda Divisione nel 2011. «Ma ormai questa è l’abitudine anche in altre squadre spiega Evacuo - fanno bene a non rinunciare al loro lavoro. Non vale la pena rinunciare. Sarei il primo a comportarmi così in quelle condizioni». 

Questa situazione apre problemi enormi per il calcio italiano. Di fatto sta venendo a mancare un serbatoio storicamente prezioso per lanciare talenti. Se si prosciuga questo vivaio, un movimento già privo di ricambi finirà per diventare sempre più povero: «Purtroppo tutti pensano solo a trovare le risorse per sopravvivere - continua Evacuo - si pensava di aver trovato la sostenibilità con tre gironi e 60 squadre. Invece siamo già scesi a 54. Questo è il risultato di una politica che ragiona solo in termini economici anche in Serie A e B». Le cronache degli ultimi mesi sono dominate dalla lotta di potere che ha spaccato in due la Lega Pro, uno dei tanti campi di battaglia alla ricerca di nuovi equilibri nel Palazzo calcistico. Ma di fatto sul campo è lo stesso suffisso “Pro” che sta perdendo di senso. Il 50% dei tesserati di questa categoria è già quasi fuori da un vero professionismo sportivo».
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