Scontri Roma, stampa estera inorridita: "Coppa della vergogna"

La stampa internazionale a muso duro sulla notte di Coppa Italia: "Follia a Roma. La finale nelle mani di un figlio di un camorrista"

dicono di noi — La Bild apre con "Follia a Roma. Spari alla finale di Coppa in Italia", lo spagnolo Marca titola "Il Napoli alza la Coppa della vergogna" e poi attacca "Vorremmo parlare di calcio. Esclusivamente del senso puro e unico dello sport. Però certi atti fragili e vergognosi come quelli vissuti sabato a Roma soffocano le storie del calcio per lasciare nell'aria le miserie che circondano tutto ciò che genera passioni eccessive". Da Mundo Deportivo stesso senso di disgusto: "La finale di Coppa Italia nelle mani di un figlio di un camorrista". "Il calcio italiano – sostiene El Pais – di nuovo ostaggio dei tifosi più violenti dentro e fuori lo stadio Olimpico". France Fooball sintetizza con "Napoli, dramma e festa", l'altro francese Le Monde titola: "Il Napoli si prende una finale di Coppa Italia segnata da feriti da arma da fuoco". L'inglese Daily mail scrive "Tre tifosi colpiti da spari per la Finale di Coppa Italia. Volenti scontri ritardano il calcio d'inizio", mentre la Bbc si produce con un video eloquente sui fatti nudi e crudi. Il New York Times, che d'abitudine non punta molto sul calcio, stavolta riserva un pezzo agli incresciosi fatti di Roma "La finale di Coppa Italia ritardata dagli scontri prima del match". Punta il dito anche dall'altra parte del mondo l'Australia, con The Sydney Morning Herald "Il Napoli vince la finale rovinata dalla violenza".
 Azzurra Saggini 

 

Calcio, Prandelli: ''Complimenti a Juve e Napoli, ma sport ha perso''

Il ct azzurro esalta la squadra di Conte. ''E' riuscita a vincere nonostante le pressioni, ma brava anche la Roma''. Sui fatti accaduti a Roma prima della finale di Coppa Italia: ''Serve dialogo, non degli aut aut''. Guardando ai Mondiali: ''Siamo subito dopo le migliori, ora bisogna decidere ultime convocazioni''
I complimenti alla Juventus per lo scudetto, lo sdegno per i fatto di Roma e la speranza di una nazionale intraprendente ai Mondiali in Brasile. E’ un Cesare Prandelli a 360° quello che interviene ai microfoni di Radio Anch’io lo Sport il giorno dopo il tricolore vinto dagli uomini di Conte senza neanche scendere in campo. “Faccio i complimenti alla Juventus, a Conte e ai giocatori, sono riusciti a vincere uno scudetto strameritato nonostante le pressioni e il dover essere costretti a vincere. Grazie anche alla Roma – continua il Ct – e al suo gioco bello e propositivo, il nostro calcio non e’ messo male nel gioco. Queste due squadre giocano un calcio propositivo e molto interessante, valorizza in pieno i giocatori ed hanno una fisionomia di gioco. Anche Napoli e Fiorentina hanno un impianto di gioco collaudato, il nostro calcio si sta ritrovando e nelle prime quattro ha una sua identita’”.

SERVE DIALOGO, NON AUT AUT -
Tornando sui fatti avvenuti a Roma prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, Prandelli ammette: “E’ un problema di tutti noi, la strada e’ quella del dialogo, non dell’aut aut, gli stadi devono essere un luogo di aggregazione propositiva, non di pseudo-minacce. Nessuno deve essere protagonista, se non il calcio. E’ un problema del Paese, che deve diventare civile a tutti gli effetti – ha spiegato ancora Prandelli -. Chiaro che il calcio ha una cassa di risonanza straordinaria, ma l’immagine data al mondo non ci rappresenta. Il nostro compito e’ aiutare il Paese a crescere. Noi italiani abbiamo bisogno di toccare il fondo e di essere governati, tutto il Paese deve essere coinvolto altrimenti Fifa e Uefa ci fermeranno come successo con gli inglesi”. Sui fischi all’Inno di Mameli: “Ho provato delusione ed amarezza, ma sono convinto che i fischi sono arrivati per aver accumulato tanta tensione dopo ore di attesa tra le notizie del presunto morto. Chiaro che quando si fischia un inno non c’e’ niente di civile, non ci appartiene”.

BALOTELLI MIGLIORATO, MERITO DI SEEDORF -
Nel futuro immediato c’è il Mondiale in Brasile. “Siamo avanti – dice il tecnico azzurro -, i dati sono piu’ o meno quelli dell’anno scorso e di due anni fa, al termine di un campionato stressante con il logorio fisico. Ora inizieremo a lavorare in maniera personalizzata e questo e’ un grande vantaggio. In questi ultimi mesi abbiamo intravisto giocatori che avevamo stimolato qualche mese fa, dei giovani che si stanno mettendo in luce”. Balotelli, nel derby di ieri, ha fatto grandi cose, oltre all’assist decisivo per il gol di De Jong: “Con noi ha fatto 14 gol e non ha mai avuto un comportamento non in linea col gruppo. Io lo devo valutare quando arrivera’ a Coverciano, mi auguro non succeda nulla nelle ultime giornate, chi vuol venire ai Mondiali sa come deve comportarsi. Da lui mi aspetto prestazioni come quelle di ieri sera, non tanto i gol. E il merito e’ anche di Seedorf”.

BRASILE, TOTO ATTACCANTI -
E’ nella rosa degli attaccanti che Prandelli dovra’ scremare per la tanta concorrenza: “Ci sono giocatori che fino all’ultimo dovranno dimostrarmi di meritare la convocazione, anche dal punto di vista fisico. Insigne? E’ nei 30, in attacco passeremo da sette a cinque. Il toto e’ anche un divertimento, si parla di calcio”. Due le sorprese di questo campionato, tra veterani e giovani: “Luca Toni ha disputato un campionato straordinario, si e’ rimesso in gioco, ha ritrovato un’allegria che da anni non aveva, a dimostrazione che quando uno ha un obiettivo, negli ambienti giusti puo’ prolungare la carriera. Tra i giovani invece dico Ciro Immobile: ha dimostrato un rendimento straordinario, e’ stato continuo: non era partito con grandi pronostici, ha dovuto riconquistare tutti. E Ventura, conoscendolo, non regala nulla”.

MONDIALI, CALDO NEMICO NUMERO 1 -
L’esordio degli azzurri ai Mondiali, contro l’Inghilterra, si avvicina e a preoccupare, oltre all’avversario, e’ il caldo: “La prima partita e’ quella che preoccupa di piu’, e conta arrivarci bene piu’ dal punto di vista mentale che fisico, anche perche’ l’Inghilterra avra’ i nostri problemi. Sara’ affascinante giocare in Amazzonia, forse non succedera’ piu’, sara’ un momento storico. Sono convinto che arriveremo preparati”. L’Italia, nonostante un ranking non esaltante, sara’ ancora protagonista: “Ci sono almeno sei squadre molto forti ed attrezzate, noi veniamo dopo il sesto-settimo posto, dipende poi da come si arrivera’ al Mondiale e come si affronteranno le grandi nazionali. Vorrei vedere sempre nella mia squadra non solo il coraggio, ma anche un’idea di gioco. L’altra sera a Roma, nonostante le difficolta’, Napoli e Fiorentina hanno giocato a calcio con una fisionomia, senza improvvisare”.

repubblica.it

BRASILE: NELLA PATRIA DEL CALCIO, LA COPPA DEL MONDO NON PIACE PIÙ

37634 BRASILIA-ADISTA. Iniziato il conto alla rovescia per il campionato mondiale di calcio in Brasile (la partita d’apertura, Brasile-Croazia, si giocherà all’Arena Corinthians di São Paulo il 12 giugno), il governo di Dilma Rousseff sta correndo ai ripari per contrastare l’immagine negativa prodotta tanto dai ritardi nella costruzione degli impianti e delle infrastrutture, quanto soprattutto dalle modalità profondamente antisociali con cui tali opere sono state realizzate e dai costi esorbitanti del doppio appuntamento sportivo (i mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016), oggetto di proteste culminate inaspettatamente e clamorosamente nel giugno del 2013 (v. Adista n. 25/13). Una sgraditissima sorpresa per il governo, che, certo di solleticare l’orgoglio nazionale sul terreno della distrazione più cara ai brasiliani (quella calcistica), si attendeva un grande ritorno in termini di prestigio e deve al contrario fronteggiare un calo di popolarità proprio nell’anno delle elezioni presidenziali (previste per il prossimo ottobre).
Nel tentativo di invertire il trend, il governo ha incaricato il ministro della Segreteria Generale della presidenza della Repubblica, Gilberto Carvalho, di stabilire, in realtà con grande ritardo, un dialogo con la società, impegnandosi a smontare, a suo dire, la “disinformazione” imperante attorno all’evento. Così, mentre il ministro dello Sport Aldo Rebelo va in giro a inaugurare impianti che in vari casi, a cominciare dallo stadio di Manaus, resteranno praticamente inutilizzati dopo la Coppa, Carvalho è impegnato a visitare le 12 città che ospiteranno le partite, con l’obiettivo di mobilitare le organizzazioni sociali in difesa dei mondiali. Un compito assai arduo: il 29 aprile, in un incontro a Rio de Janeiro, il ministro è stato più volte interrotto e pesantemente fischiato, come quando, a una donna minacciata da una delle tante rimozioni legate alla costruzione delle opere, ha pensato bene di dire: «Esca un po’ dal suo orticello, pensi al Paese» (O Estado de S. Paulo, 29/04).

Cose della vita
Non giovano sicuramente al governo le polemiche sui ritardi nell’esecuzione delle opere, sebbene, come spiega Tuto Beat Wehrle, responsabile in Brasile del programma “A chance to play” (un’iniziativa solidale di sostegno ai bambini e adolescenti delle favelas di São Paulo promossa dalla sezione tedesca di Terre des hommes), in un’intervista pubblicata su Argenpress.info il 25 aprile, non si tratti di una questione di inefficienza, bensì di «un freddo calcolo economico» da parte delle imprese private, le quali, quanto più grave è il ritardo, tanto più possono avanzare pretese rispetto a «pagamenti aggiuntivi», con il risultato che le spese per gli impianti, stimate inizialmente attorno ai 2,4 miliardi di reais, hanno già oltrepassato gli 8 miliardi: un investimento superiore a quelli dei mondiali in Germania e in Sudafrica messi insieme. E considerando che la Coppa del Mondo costerà oltre 30 miliardi di reais (10 miliardi di euro), la cifra più alta nell’intera storia dei mondiali di calcio, non c’è da stupirsi che, stando a un recente sondaggio dell’Istituto Datafolha, il 55% dei brasiliani sia convinto che i mondiali produrranno più costi che vantaggi. Ancor più grave, tuttavia, è che, per ultimare in tempo utile la costruzione degli impianti, le imprese impongano agli operai estenuanti giornate di lavoro, fino a 18 ore, aumentando il rischio di incidenti anche mortali. Nove lavoratori hanno già perso la vita nei cantieri (sette in seguito a incidenti e due per infarto), l’ultimo dei quali, il 23enne Fábio Hamilton da Cruz, è morto cadendo da un’altezza di oltre 8 metri, il 29 marzo, mentre lavorava all’installazione delle tribune provvisorie dello stadio Itaquerão (Arena Corinthians), a São Paulo. «Cose della vita», è stato il micidiale commento di Pelè: un incidente che «può succedere», qualcosa di «normale».
Vittime della “pacificazione”
Neppure giovano al governo le proteste relative alla questione della sicurezza e del controllo del territorio, soprattutto rispetto all’azione di “pacificazione” delle favelas, culminata agli inizi di aprile con l’occupazione da parte dell’esercito del Complesso della Maré, la più grande favela di Rio de Janeiro (costituita da 17 comunità per un totale di 130mila persone), per introdurvi, come già avvenuto altrove, un’Unità di Polizia Pacificatrice (Upp).
«Per quanto possa valutarsi positivamente – scrive Beat Wehrle – la strategia diretta a sottrarre territori al crimine organizzato, il sollievo delle famiglie che abitano nelle favelas “pacificate” ha ben presto ceduto il passo alla sofferenza dinanzi all’azione ugualmente arbitraria, repressiva e violenta delle polizie militari». In realtà, come ha commentato il sociologo Cândido Grzybowski (Canal Ibase, 7/4), l’attuale politica di sicurezza è rivolta a proteggere la città dalle favelas e dai loro abitanti piuttosto che garantire a tutti il diritto alla sicurezza: «La polizia, quando non è connivente con la criminalità per trarne vantaggi, ha sempre guardato al territorio delle favelas come a uno spazio ostile semplicemente da reprimere». È assai significativo, ha sottolineato Grzybowski, che, in relazione al Complesso della Maré, si sia parlato esplicitamente di “occupazione” – e davvero di questo si è trattato, «con blindati, armi pesanti, elicotteri e un intero arsenale di guerra» –, anziché, per esempio, di «“liberazione” da trafficanti e milizie armate». E altrettanto significativo è il fatto che non si sia nascosta la durata di tale “occupazione” militare, che andrà avanti solo fino al termine della Coppa del mondo. Non c’è allora da stupirsi che nella favela di Pavão-Pavãozinho, tra i due quartieri più turistici di Rio de Janeiro, Copacabana e Ipanema, sia esplosa una vera rivolta – con tanto di incendi, barricate e sparatorie, e con il bilancio di almeno una vittima – in seguito alla morte in circostanze non chiare di un ballerino di un varietà televisivo, Douglas Rafael da Silva Pereira, durante una perquisizione della polizia, la quale, pare, avrebbe scambiato il giovane per un malvivente, pestandolo a sangue. Non sarebbe certo una novità: secondo un recente rapporto del Forum brasiliano di sicurezza pubblica, addirittura cinque persone al giorno muoiono in conseguenza di azioni da parte della polizia (1.890 le vittime solo nel 2012).
A esprimere critiche è anche la Conferenza episcopale brasiliana, che, in un messaggio emesso lo scorso marzo, esprimendo solidarietà a «quanti, a causa delle opere legate alla Coppa del mondo, sono stati feriti nella propria dignità e colpiti dal dolore della perdita di persone care», ritiene inammissibile «che il mondiale finisca per aggravare le disuguaglianze urbane e la devastazione ambientale, giustificando l’adozione progressiva di uno stato di eccezione, mediante decreti, misure provvisorie e risoluzioni».
Se è difficile prevedere l’impatto delle rivolte delle favelas sullo svolgimento dei mondiali, è certo, comunque, che la mobilitazione legata allo slogan “Não vai ter Copa” (la Coppa del mondo non si farà) non ha più raggiunto i livelli di partecipazione di massa che hanno caratterizzato le manifestazioni dello scorso anno. E in ogni caso sono in tanti a pensare che le proteste debbano precedere (e seguire) i mondiali, ma non accompagnarli: «Non siamo contro la Coppa del mondo – ha dichiarato per esempio João Pedro Stedile, uno dei leader più autorevoli del più importante movimento sociale del Brasile, quello dei Senza Terra –: il popolo brasiliano vuole assistere ai mondiali. Per quanto i biglietti siano molto cari e i profitti andranno tutti alla Fifa, le persone vorranno seguirli da casa, in televisione». Di conseguenza, «il peggior momento per le manifestazioni è proprio durante i mondiali. Si tratterebbe di un errore da parte dei giovani: le mobilitazioni devono essere fatte prima». (claudia fanti)