Cantù scivola a Reggio Emilia

Cantù (Como), 4 maggio 2014 - C'è poco da salvare nella trasferta dell'Acqua Vitasnella Cantù a Reggio Emilia. La sconfitta 83-68 (19-20, 38-29, 59-45) rimediata dalla squadra di Sacripanti è un brutto scivolone nella corsa serrata al secondo posto. A decidere la gara la forma di Cinciarini e White che devastano la difesa brianzola, apparsa molto appannata soprattutto nella seconda parte di match. Quattro giocatori di Cantù in doppia cifra, male ai rimbalzi (-8 di differenziale).
ilgiorno.it

Solito mal di trasferta Cantù cade a Reggio

REGGIO EMILIA -  
Adesso chiamiamolo pure mal di trasferta. Niente da fare per l’Acqua Vitanella Cantù battuta (83-68) lontana dal Pianella anche a Reggio Emilia contro la Grissin Bon degli ex Cinciarini, Kaukenas e Brunner:
La squadra di Sacripanti aveva illuso nel primo quarto, con una buona partenza. Poi si è sciolta come neve al solo sotto i colpi di White (giustiziere anche in Coppa Italia) e Cinciarini.
Domenica ultima di campionato in casa contro la Granarolo Bologna.
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Grissin Bon, festa tripla vittoria e playoff sicuri

Nel giorno in cui al PalaBigi ha fatto la sua passerella il trofeo dell’Eurochallenge, conquistato domenica scorsa a Bologna, la Grissin Bon ha battuto Cantù (seconda forza del campionato) con il punteggio di 83-68 e si è matematicamente qualificata per i playoff

La Grissin Bon, dopo l’inattesa sconfitta di giovedì a Venezia, torna alla vittoria in campionato nella difficile partita casalinga contro Cantù, terza forza del campionato. La squadra di Max Menetti, che prima del match ha fatto festa con il trofeo dell’Eurochallenge – conquistato domenisca scorsa a Bologna – ha sempre condotto il match, tenendo a distanza gli ospiti e chiudendo con il risultato di 83-68.
Miglior marcatore, per i biancorossi, è stato ancora una volta James White, autore di 23 punti. Grande protagonista del match è stato anche il capitano Michele Antonutti, che è andato in doppia cifra e ha chiuso con 12 punti. Sugli scudi anche i due ex di turno, Rimantas Kaukenas e Andrea Cinciarini, autori rispettivamente di 13 e 15 punti.
La classifica. Dopo la penultima giornata di campionato, Roma è sesta con 32 punti, Reggio è settima con 30 punti, gli stessi che ha Caserta (ottava), mentre Pistoia è nona con 28 punti.
Playoff sicuri. Grazie alla vittoria contro Cantù, e alla contemporanea sconfitta casalinga di Varese ai supplementari contro Siena, la Grissin Bon è matematicamente qualificata per i playoff, resta da capire in quale posizione. Domenica prossima, tutte con inizio alle 20.30, si giocano le partite dell'ultimo turno: Roma ospiterà Varese (tagliata fuori), la Grissin Bon sarà di scena ad Avellino mentre ci sarà lo scontro diretto fra Pistoia e Caserta.
Le combinazioni. Reggio chiuderà sesta in caso di vittoria ad Avellino e contemporanea sconfitta di Roma. La Grissin Bon sarà settima (l'attuale posizione) nel caso in cui vinca ad Avellino e Roma batta Varese o anche nel caso in cui perda ad Avellino e Pistoia batta Caserta. Se invece la squadra di Menetti verrà battuta ad Avellino e Caserta conquisterà i due punti a Pistoia, la Grissin Bon andrà ai playoff come ottavaclassificata e dovrà vedersela subito contro l'EA7 Milano.
Gazzetta di Reggio

Auto:Targa Florio,il 5/5 stop iscrizioni

(ANSA) - ROMA, 3 MAG - Lunedì 5 maggio si chiuderanno le iscrizioni alla 98/a Targa Florio, 3/a prova del Campionato italiano rally e 4/a del Campionato italiano rally autostoriche, in programma dall'8 al 10 maggio, in provincia di Palermo. La gara, organizzata dall'Automobile club Palermo e dall'Automobile club d'Italia, si aprirà in piazza Politeama, a Palermo, alle 20,30 di giovedì 8. Venerdì 9 e sabato 10 saranno le leggendarie strade delle Madonie a ospitare le sfide tra i big del panorama nazionale.

Ciclismo, la crisi dei corridori italiani


Signori si cambia. Il ciclismo scende dal treno delle classiche in linea e si appresta a salire sul convoglio delle grandi corse a tappe. Dall’adrenalina bruciata in poche ore si passa all’estenuante prova di nervi spalmata su tre settimane. Cambia lo scenario e cambiano anche i protagonisti. Per molti corridori la stagione è già praticamente finita, resta solo qualche spicciolo da spendere alla prima occasione buona, senza obiettivi prefissati, magari in una tappa del Tour o in qualche corsa in linea minore.

I corridori da corse a tappe, invece, hanno appena iniziato a carburare e i primi test li hanno effettuati proprio nelle classiche delle Ardenne, quelle disegnate su misura per chi va forte in salita.

La Liegi Bastogne Liegi ha chiuso il ciclo delle grandi classiche e per molti – corridori e squadre – è già tempo di bilanci. E un primo resoconto si trova a farlo, inevitabilmente, anche il ciclismo italiano, ancora assente dai podi che contano.

L’Italia si interroga su una crisi che non sembra trovare vie di uscita nel breve termine. Perché i corridori italiani non latitano solo nelle zone nobili degli ordini d’arrivo ma, soprattutto, nelle fasi decisive delle gare. Ed è questo il fatto più preoccupante: non vincere dopo essere stati protagonisti lascia almeno uno spiraglio di ottimismo, mentre vedersi relegati al ruolo di semplici comprimari limita fortemente le prospettive.

E non è certo il finale della “Liegi” a schiarire gli orizzonti del pedale azzurro. Giampaolo Caruso e Domenico Pozzovivo sono stati grandissimi protagonisti. Armati più di grinta e coraggio che di potenza muscolare hanno “rischiato” di far saltare il banco: sono mancati appena cento metri, il tempo di un respiro al termine di una corsa lunga e dura come la “Doyenne”. Una trentina di pedalate dopo quasi sette ore di sella. Un nonnulla nel quale, però, c’è tutta la differenza fra chi vince e chi si ritrova (ai piedi del podio) escluso dalla storia.

Caruso e Pozzovivo non sono più giovanissimi, hanno già superato i 30 anni, quello che avevano da dare lo hanno già dimostrato in tanti anni di onorevolissima carriera. Il primo è un forte gregario che ha approfittato di un giorno di latitanza dei capitani stranieri. Il secondo è un buon scalatore, libero di fare la propria corsa quando l’arrivo è in cima a una salita. La loro gara è stata straordinaria, ma non cambia la prospettiva del pedale azzurro che non riesce ancora a trovare corridori solidi e affidabili per guardare serenamente al futuro. Anche i giovani più promettenti si perdono nell’infinita attesa di una maturazione che non arriva mai. Così l’Italia resta aggrappata a Vincenzo Nibali, l’unico corridore capace di mettere paura ai grandi del gruppo, e non solo nelle corse a tappe.

Fra meno di due settimane parte il Giro d’Italia, ma il siciliano non sarà in gruppo a difendere la maglia rosa conquistata lo scorso anno. Quest’anno Nibali ha messo nel mirino il Tour de France e i tifosi italiani al Giro dovranno digerire l’ennesima invasione di truppe straniere. La massima Aspirazione per i corridori italiani sarà una vittoria di tappa o un piazzamento che ci affretteremo a definire ”onorevole” per mitigare lo sconforto. In attesa che qualche giovane, come Fabio Aru, passi dallo stato di bella speranza a concreta realtà.

Giuliano Traini

Intervista Del Piero: Ma io gioco ancora


Per descrivere cosa è stato e cos’è ancora Alessandro Del Piero per il calcio, bisognerebbe avere a disposizione un papiro lungo da Torino fino a Sydney, dove sta concludendo la sua avventura australiana in campo. Quel papiro si srotolerebbe, per raccontarci di una storia in bianco&nero che comincia da Giampiero Boniperti e Omar Sivori, prosegue fino a Michel Platini, passando per Roberto Baggio e Zinedine Zidane, per arrivare al giardino veneto di San Vedemiano, dove sotto l’occhio amorevole di papà Gino muoveva i primi passi l’ultimo vero numero 10 (assieme a Francesco Totti) del pallone italiano.

A scovarlo nel Padova quando era un 18enne esile e sbarbato fu il presidente Boniperti, che probabilmente nel giovane Alex vide il suo degno erede in campo, e forse anche dietro alla scrivania. Ma quel tempo alla Juve, dopo 705 partite e 290 gol segnati, dopo aver vinto tutto nelle 19 stagioni - dal 1993 al 2012 - trascorse in maglia bianconera (dal titolo italiano Primavera, ai 6 scudetti – «ma io ne considero 8», tiene a sottolineare lui –, una Coppa Uefa, una Champions e l’Intercontinentale) è terminato il 13 maggio di due anni fa. Un addio giudicato “ingiusto” e “inaccettabile” dalla maggioranza del popolo juventino per un uomo-bandiera rimasto sempre fedele alla causa bianconera, nella buona come nella cattiva sorte.

Ma dopo aver recitato per vent’anni il ruolo del protagonista, il seduttore di casa Juve, alla fine gli è toccato quello scomodo del sedotto e poi abbandonato. Per curare la ferita dell’innamorato deluso ha messo in mezzo un Oceano di silenzi e di altri gol segnati (24) nelle due stagioni con il Sydney Fc. E qui la parola fine - rimarrà ambasciatore fino alla Coppa d’Asia del 2015 che si disputerà in Australia - l’ha appena scritta lui. Salvo che a 39 anni, il titolo della biografia di Del Piero, “Giochiamo ancora”, è un monito sempre attuale.

Dato che per ora è ancora a Sydney, come si vede l’Italia e il nostro calcio da laggiù?
«Sarà banale, ma davvero stare lontani dal proprio Paese te lo fa apprezzare ancora di più. Così è accaduto anche a me. Non ho mai avuto crisi di nostalgia, certo la quotidianità del rapporto con gli amici e con le abitudini di casa qualche volta mi è mancato, ma nulla più del normale. Stando fuori dall’Italia ti accorgi di tutto quello che abbiamo, che talvolta non valorizziamo, ma che di certo viene riconosciuto e apprezzato anche dall’altra parte del mondo. Per quanto riguarda il nostro calcio, non appartengo alla schiera dei critici a tutti i costi. Abbiamo dei problemi, soprattutto perché alcuni grandi campioni hanno preferito altri campionati. Ma possiamo recuperare posizioni, è accaduto anche in passato. Fuori dal campo, invece, dovremmo guardarci intorno e capire che c’è da migliorare…».

Il 10 di Del Piero è “in gioco” dal 12 settembre 1993 (giorno del debutto in A con la Juve), cosa è cambiato dentro di lei in tutto questo tempo?
«È cambiato tanto, ma la mia passione no. Ho smesso con un certo tipo di calcio con la mia ultima partita nella Juventus, poi ho scelto di percorrere un’altra strada, perché non potevo avere nulla di più e cercavo qualcosa di diverso. Ma la passione, ripeto, è la stessa. Che non mi porterà a giocare in eterno, ma di certo sempre con la stessa voglia finché lo farò».

Molto prima di Chiellini lei disse: “Alla Juve vorrei essere ricordato come Gaetano Scirea”. Pensa di esserci riuscito?
«Non so se ci sono riuscito, di sicuro è stato fonte di ispirazione. Scirea è un modello da imitare e tale deve rimanere. È uno stimolo, per tutti, come lo è stato per me. Una persona da raccontare a qualunque ragazzo o ragazza si avvicini al mondo dello sport».

Delle tante etichette che le hanno appiccicato addosso, comprese quelle di “Pinturicchio” e “Godot” affibbiategli dall’Avvocato, qual è quella che più le è andata stretta?
«Le accetto tutte, perché ciascuna mi ricorda un momento importante del mio percorso professionale che non voglio cancellare. Certo quelle dell’Avvocato sono il frutto della creatività di una persona straordinaria, che ha segnato molto la mia carriera».

Ripensando al suo lungo cammino calcistico, qual è stato il momento più alto e la pagina che, invece, vorrebbe strappare e gettare nel dimenticatoio?
«A posteriori, della mia carriera non dimentico niente, né voglio dimenticare. Dovessi cancellare qualcosa, lascio scegliere a voi una delle finali perse con la Juve e con la Nazionale, a me vanno bene tutte… Mentre il momento che non si può scordare, tra i tanti, è quello che ogni calciatore sogna di vivere: la finale del Mondiale. La coppa alzata sotto il cielo di Berlino nel 2006 per me rappresenta l’apice del cammino fatto fin qui».

Ora si parla di un suo possibile approdo in Giappone o in California. Una volta smesso, cosa pensa che farà Del Piero da... grande?
«Non ho ancora preso una decisione. Non è più soltanto il contenuto agonistico che mi affascina, ma anche il progetto che c’è intorno, l’ambiente, l’opportunità di costruire qualcosa di importante dentro e fuori dal campo, come è accaduto in Australia. Il mio obiettivo è lavorare non solo per la squadra di club, ma per tutto il movimento calcistico. Di sicuro non voglio rivivere esperienze che ho già vissuto, ma qualcosa di nuovo. Questa è la mia filosofia di vita, oltre che sportiva».

Qual è il sogno che intende salvare con “Save the Dream” e cosa ha ispirato questo suo ennesimo assist solidale?
«Il legame con Save the Dream è stato naturale. Sono stato entusiasta quando mi hanno proposto di fare parte di questa squadra, come primo atleta coinvolto. Si tratta di un progetto importantissimo: è uno slancio verso lo sport vero, un modo per testimoniare che i valori dello sport sono parte fondamentale nella formazione dei giovani, e vanno preservati, prima di tutto con l’esempio di chi è riuscito a realizzare quel sogno. Arriveremo lontano e sono anche molto contento che la sede italiana dell’organizzazione sia a Torino, nel mio spazio espositivo AdpLog, che ho inaugurato un anno fa».

Oltre alla passione per il rock, ora viene fuori anche quella per l’arte e per la fotografia...
«Apprezzo molto la contaminazione dei generi. Fotografia, arte, musica, cinema e, ovviamente, sport: le porte di AdpLog sono aperte alle idee, alla creatività, all’innovazione. Il 16 maggio, a Torino, inaugureremo la nuova mostra con il grande fotografo americano Steve McCurry che presenterà alcune fotografie inedite e dedicate al calcio. Le sue immagini rappresentano esattamente il motivo per cui qualsiasi bambino si innamora del pallone e del grande sogno che ancora custodisce dentro di sé questo sport».

Qual è il sogno che deve ancora realizzare il futuro 40enne Del Piero (li compie il 9 novembre), e quello che invece ha per i suoi tre bambini, Tobias, Dorotea e Sasha
«Io ne ho ancora tanti. Non basta un’intervista per elencarli tutti. Per i miei figli, non sogno e non sognerò nulla che non sia nei loro sogni. Spero che li realizzino, come ho avuto il privilegio di fare io».

Massimiliano Castellani - avvenire.it