LETTERATURA E SPORT Il signore del Milan: Kilpin, lord pioniere


«Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari». Sono passati 114 anni da quando dal tavolo di una fiaschetteria di Via Berchet a Milano, Herbert Kilpin urlava questo slogan fondando il Milan Cricket and Football Club, l’odierno A.C. Milan. E inventando quella maglia nero-rossa che avrebbe portato a Milano i colori dei mattoni e delle travi di legno delle case di Nottingham dove nacque 143 anni fa.

Per la prima volta la sua storia è contenuta nel libro intitolato The Lord of Milan, “Il signore del Milan”, firmato dall’avvocato Robert Nieri e in attesa di pubblicazione. Di origini italiane, con una nonna di Pordenone e un nonno di Bagni di Lucca e, come Kilpin, grande appassionato di calcio e dell’Italia, l’avvocato Nieri, 44 anni, ha dedicato a questo volume ogni minuto del suo tempo libero degli ultimi sette anni e ha cominciato da qualche giorno a twittare sotto lo pseudonimo Lord of Milan.

«Il mio eroe era un perito tessile. Arrivò in Italia nel 1891, a 21 anni, invitato dall’industriale tessile Eduardo Bosio, che voleva introdurre nel vostro paese i primi telai meccanici insieme al pallone», spiega Robert Nieri.

«Nel fondatore di quella che il 16 dicembre 1899 sarebbe diventata l’Associazione Calcio Milan trovò un giocatore e un allenatore di dedizione straordinaria». Anche troppo. «Prima di te viene il calcio», Kilpin disse nel 1905 alla moglie, italiana di Lodi, prima di sposarla e, alle parole, seguirono subito i fatti. Kilpin la abbandonò, la sera del matrimonio, per andare a giocare a Genova, in una squadra italiana, contro i Grasshoppers di Zurigo. «A Kilpin non sarebbe piaciuto il mondo del football di oggi perchè i giocatori sono lontanissimi dalla gente, miti impossibili da raggiungere. Contano soltanto i soldi. Herbert Kilpin invece ha sempre giocato gratis, per amore del pallone. Era un uomo semplice che non si è mai considerato una star. Pensava che la sua missione fosse insegnare il calcio ai bambini italiani e non volle mai un soldo per questo...».

Questo inglese robusto, dai lunghi baffi marroni ha cominciato a giocare sui campi della zona di Forest a Nottingham, che dà il nome alla squadra Nottingham Forest, per i Garibaldi Reds. «Sembra assurdo, ma Kilpin non era abbastanza bravo da giocare in una squadra in Inghilterra, dove questo sport si era già consolidato. Là non era tra i giocatori migliori mentre in Italia, fu considerato subito un campione, capace di insegnare la tattica agli altri», continua Nieri.

Fu proprio Kilpin a cominciare ad allenarsi prima delle partite, un’abitudine nuova per i giocatori di quel tempo. I suoi vicini di via Settala a Milano, dove abitava, trovavano davvero strano vedere quell’omone che faceva il giro dell’isolato correndo soltanto per mantenersi in forma. Nè Kilpin rinunciò mai a quel bicchierino di whisky che beveva, come disse lui stesso, «prima delle partite per caricarmi, durante l’intervallo per rilassarmi, quando facciamo un gol per festeggiare e quando perdiamo per dimenticare».

Fumatore accanito, morì a soli 46 anni, non si sa se per cirrosi al fegato o per cancro ai polmoni, spiega Robert Nieri. L’autore di The Lord of Milan vorrebbe che Nottingham desse finalmente a questo suo figlio regalato all’Italia la fama che si merita. «È stato Luigi La Rocca, storico del Milan, insieme a Stefano Pozzani, a guidare in Italia la riscoperta di Kilpin e a volere che i suoi resti avessero degna sepoltura nel cimitero Monumentale di Milano. I tifosi che curano il sito "Magliarossonera.it" sono orgogliosi di questo giocatore gentleman e hanno stampato il suo nome sulle magliette che vendono fuori dagli stadi. Purtroppo invece a Nottingham quasi nessuno sa chi è Kilpin», dice ancora Robert Nieri.
«Vorrei far mettere una targa sulla casa dove è nato e organizzare un campionato tra le scuole dell’area "Forest", dove il fondatore del Milan ha cominciato a giocare. Si tratta di una zona povera della città ed è importante che i bambini di queste famiglie possano vedere in lui, che non era istruito, non era ricco, ma aveva deciso di seguire fino in fondo i suoi sogni, un modello positivo da imitare», conclude l’autore di The Lord of Milan.

Silvia Guzzetti - avvenire.it

BRASILE 2014 Mondiale, favela e poesia

Il Brasile «è un grande Paese. Non esiste un luogo migliore nè persone migliori...». È il messaggio in Rete di una giovane blogger di Curitiba, intercettato da Luciano Sartirana, autore di una “bibbia” del calcio brasiliano, Nel settimo creò il Maracanà (Edizioni del Gattaccio). Da sempre questo è anche il Paese in cui si gioca il calcio più estetico, il “fútbol bailado”. Il calcio di poesia, secondo Pasolini, il più vincente (5 titoli iridati per la Seleçao) e di massimo impegno civile.

Nella stagione 1982-’83, a San Paolo una formazione capeggiata dal suo leader maximo, Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, in arte Socrates, metteva in campo la sua utopia: la “Democracia Corinthiana”. Il manifesto politico dei professionisti del Corinthians che per voce del filosofico Socrates, noto anche come “O’ Magrao” (il magro, 192 centimetri per 80 kg ) o il “tacco di Dio”, proclamava: «Lavorare con libertà, discussione allargata dai dirigenti fino ai calciatori su ogni argomento - dalle ore di allenamento, ai premi partita -, con decisioni prese a maggioranza».

Un fenomeno sindacale, unico nella storia del football, che prese piede nello spogliatoio di quello stadio del Corinthians appena crollato e in cui hanno perso la vita due operai. Una tragedia che va ad alimentare il fronte della protesta popolare, sedata a fatica dalla polizia lo scorso giugno durante la Confederations Cup. Una marea umana che ha gridato allo «scandalo» per i 9 miliardi (a fronte di 1 miliardo di spesa preventivata) investiti nell’organizzazione dei Mondiali. Tre volte di più, rispetto a Corea Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010. In nome di Socrates, il “Che Guevara” del pallone, i brasiliani sono scesi in piazza e minacciano di farlo fino al fischio d’inizio del Mondiale.

Non accettano, giustamente, che il 97% dei costi dei 12 stadi (quasi tutti nuovi e 8 rimarranno di proprietà dello stato) sarà esclusivamente a carico dei contribuenti. Un seguace di Socrates, l’ex stella della Seleçao anni ’90, l’onorevole Romario, ha puntato il dito sullo stadio Nazionale Manè Garrincha di Brasilia, per la cui realizzazione si è passati dalla cifra già folle di 745,3 milioni di reais, ai definitivi 1.200 milioni. «Con quel denaro si potevano costruire 150mila case popolari», ha tuonato Romario. La situazione per il popolo delle favelas, anche se si sono ristrette rispetto agli anni ’80 (nelle grandi città brasiliane ci viveva il 49% degli abitanti, oggi il 27%), è sempre di estrema povertà, mentre della grande ricchezza attuale del Paese è beneficiaria anche l’industria calcistica.

La stella più luminosa, Neymar, ha scelto di emigrare al Barcellona, ma rispetto anche al recente passato è in netto calo l’esportazione dei talenti. Nell’ultimo anno 1.100 giocatori (tra questi Pato e Ronaldinho) hanno deciso di fare ritorno a casa. I “clubes” del Brasileirão, la loro Serie A, possono garantire ingaggi pari, e in alcuni casi più vantaggiosi, di quelli europei. Nell’ultimo decennio le migliori cento squadre brasiliane sono passate da un introito globale di di 303 milioni di euro ad oltre 1 miliardo della passata stagione. Cifre che fanno la gioia del capo della Fifa Blatter, il quale ha intimato: «Il prossimo 31 dicembre tutti gli stadi di Brasile 2014 dovranno essere pronti». Fantacalcio. San Paolo, Cuiabà e Curitiba non consegneranno mai in tempo le loro arene. Il nuovo Maracanà - sfregiato del suo fascino antico - di Rio de Janerio e il Manè Garrincha di Brasilia, si candidano per la sostituzione in corsa dello stadio del Corinthians, sede della partita inaugurale. Sarebbe un affronto alla memoria di Socrates, volato via due anni fa (a 57 anni), ma che “lotta ancora” per un calcio di poesia.

Massimiliano Castellani - avvenire.it