Al via le prevendite per Grissin Bon - Giorgio Tesi Group Pistoia e Grissin Bon - Gas Terra Flames

Partiranno questo pomeriggio in sede le prevendite per i prossimi impegni casalinghi della Grissin Bon: domenica 17 novembre alle 18.15 si terrà la terza gara casalinga del Campionato Italiano di Serie A che vedrà i biancorossi sfidare Giorgio Tesi Group Pistoia , mentre martedì 19 alle 20.30 la Grissin Bon affronterà gli olandesi del Gas Terra Flames nel terzo impegno del primo turno della competizione europea Eurochallenge.

A causa di problemi logistici, la prevendita online dei biglietti per la partita di domenica contro Pistoia non verrà effettuata. Ai tifosi di Pistoia è stata destinata la curva che ha una capienza massima di 160 posti; i biglietti per il settore ospiti saranno a disposizione della società Pistoia Basket 2000.

La prevendita per entrambe le gare inizierà questo pomeriggio, mercoledì 13 e proseguirà fino a venerdì 15 novembre nella sede di via Martiri della Bettola 47, dalle 17 alle 19. La vendita dei biglietti proseguirà sabato mattina, sempre in sede dalle 10 alle 12.
Domenica la prevendita si sposterà presso la biglietteria del Palazzetto dello sport G.Bigi domenica al mattino dalle 11.00 alle 13.00 ed al pomeriggio i botteghini apriranno alle 17. Palla a due alle 18.15

Per la gara di Eurochallenge, la prevendita riprenderà lunedì 18 novembre dalle 17 alle 19 in sede; la vendita dei biglietti proseguirà martedì ai botteghini del PalaBigi dalle 19.15 in poi. Palla a due alle 20.30.

Questi i prezzi dei biglietti :
Settore Prezzo
Parterre Prima Fila 80,00
Parterre 65,00
Tribuna Numerata Inferiore 40,00
Tribuna Numerata Superiore 35,00
Tribuna Numerata Laterale 30,00
Gradinata Numerata 25,00
Gradinata 20,00

fonte: http://www.pallacanestroreggiana.it/pagina.php?id=3922&n=Al+via+le+prevendite+per+Grissin+Bon+-+Giorgio+Tesi+Group+Pistoia+e+Grissin+Bon+-+Gas+Terra+Flames

Gallo: «Dopo il "consiglio" degli ultras ho abbandonato la panchina del Brescia»

Non solo razzismo verbale: gli ultrà erano già entrati a gamba tesa sul calcio italiano in estate, impedendo all’ex “bandiera” dell’Atalanta, Fabio Gallo, di accettare il ruolo di viceallenatore del Brescia. Prima che anche Marco Giampaolo, tecnico scelto dalla società, si dimettesse in disaccordo con la piazza, Gallo aveva addirittura cambiato mestiere, in attesa magari di una nuova chance in panchina.

I fatti di domenica a Salerno le hanno fatto rivivere il suo sabato 6 luglio?
«In parte sì. La Digos dovette addirittura organizzare, in un centro sportivo, un incontro con 8-10 esponenti della curva bresciana, miei coetanei o anche più vecchi: erano già capi tifosi quando giocavo a Brescia. Della società non c’era nessuno, solo gli ultrà, io e due poliziotti...».

Perché le chiesero di non affiancare Giampaolo in panchina?
«Sono stato una bandiera dell’Atalanta e per due stagioni anche il capitano. Poteva crearsi un “problema ambientale”, dissero. Avrebbero contestato tutti i giorni la mia presenza al campo. E pensare che da giocatore il Brescia mi aveva valorizzato per tre stagioni, poi, ceduto ai nerazzurri per 2 miliardi e mezzo più la metà dell’attaccante Saurini. Nel ’95 erano cifre elevate...».

La minacciarono apertamente?
«Il loro era un “consiglio” concreto. Avevo già percepito in anticipo l’ostilità, Giampaolo non le dava molta importanza. Sui siti internet bresciani si scatenavano leggende: scrissero che avrei sputato sulla maglia delle “rondinelle”, che ne avrei parlato male, così in quella occasione mi presentai con la rassegna stampa dal ’95 in poi, curata da un giornalista dell’Eco di Bergamo: in nessun articolo diffamavo il Brescia né i tifosi. Neanche gli accusatori ricordavano bene, cercavano solo un pretesto».

Era mai capitato un paradosso del genere, nel calcio italiano?
«Magari in Lega Pro, comunque non si è saputo. Nelle prime due categorie mai la piazza aveva condizionato la scelta di un tecnico perché ex della società rivale».

Poteva essere una sfida. Perché non l’ha accettata?
«Non volevo soffiare sul fuoco e dare altri problemi a Giampaolo, già si era verificata una situazione poco carina alla sua presentazione. Ho grande stima per il mister. che ho avuto come allenatore per due stagioni a Treviso, vincemmo l’allora Serie C1 e ci salvammo in B. Quella decina di ultrà a suo dire rappresentavano tutta la Curva, nei fatti secondo me non sono più di 600 persone. Dieci giorni dopo sono stato a Vinovo per seguire gli allenamenti della Juventus, due bresciani veri mi dissero che si vergognavano per l’accaduto».

Il calcio è ancora ostaggio di queste Curve?
«Purtroppo sì, anche le intimidazioni ai giocatori della Nocerina confermano quello che nessuno vuole dire: una minoranza condiziona tanta gente che vuole andare allo stadio. La critica va fatta sempre in modo civile, senza prevaricazione. A me hanno impedito una possibilità di lavoro, di crescita professionale ed economica, volevo affiancare uno fra i tecnici più quotati d’Italia».

Il Brescia sta dalla parte dei facinorosi?«Mi attendeva un anno di contratto. Neanche sono andato a sottoscriverlo, nonostante gli inviti del presidente Gino Corioni e del direttore sportivo Iaconi. Non aveva senso speculare su questa situazione. Brescia è un ambiente difficile per fare calcio, lo era anche 20 anni fa, quando giocavo».

Lei ora ha lasciato il calcio per sempre?
«No, vorrei ancora fare l’allenatore, in maniera professionale. Ho rinunciato a 40mila euro netti di stipendio per un anno, era il mio debutto in Serie B, ancorché da vice. Ora mi occupo di consulenza assicurativa nel campo della sanità e della previdenza, in provincia di Verona. Ho ricominciato a studiare imparando un lavoro nuovo».

Chi ha solidarizzato con lei?
«Nessuna telefonata è arrivata dall’Associazione allenatori, neanche dal presidente Renzo Ulivieri, mio docente al master di Coverciano, perciò non pagherò la quota di iscrizione. Neppure il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, mi ha chiamato. È come se la città avesse avallato quell’atteggiamento di pochi, chiedevo a tutti la consapevolezza della situazione. Silenzio anche da parte di Damiano Tommasi, al vertice dell’Assocalciatori...».

È pentito di avere ceduto alla contestazione preventiva?
«No, la qualità della mia vita è più importante. Ma resta il fatto che a me è stato negato un diritto al lavoro».

Può accadere solo a Brescia per un ex atalantino o fra salernitani e nocerini?«Nessuna rivalità forse è sentita così tanto. Esistono bergamaschi fidanzati con bresciane ma la settimana della partita non si parlano».

Come si è lasciato, con quei sostenitori così accesi?
«Non li ho più rivisti né sentiti. Ho stretto loro la mano, da persona a posto. Mi auguro soltanto che nessuno di essi debba cercare lavoro a Bergamo. Sarebbe brutto se qualcuno glielo negasse per campanilismo, com’è successo a me».

Vanni Zagnoli - avvenire.it

Salernitana-Nocerina, se non vince il migliore...

“Gli esami non finiscono mai”. E’ vero. Siamo degli eterni scolaretti alla scuola della vita. Troppo grande è il mistero in cui siamo avvolti. Noi possiamo solo tentare di indagarlo. Come i bambini abbiamo bisogno di conservare la capacità stupirci, di ridere e giocare. Di perdere tempo per meglio valorizzare il tempo. Giocare. Agli adulti non viene facile. Il gioco richiede gratuità. Si gioca per stare assieme. Per conoscersi meglio. Per regalarsi gioia. Per stringere amicizia. Si gioca per ridere. Per fare comunione. Per gettare via il peso di una giornata di lavoro. Si gioca per sdrammatizzare. Per ritornare bambini. Gli adulti, in genere, non sanno giocare. O, almeno, non sanno farlo bene. Debbono imparare. Con umiltà. Debbono andare a scuola dai loro bambini. Senza ipocrisie.

Chiamando le cose con il loro giusto nome. Senza barare. Gli adulti non sanno giocare perciò rubano ai bambini termini e giocattoli. Con questi fanno finta di imitarli e si bruciano il cervello. Pensate alle slot machine. Una trappola per gente che si lascia ammaliare. Un pessimo esempio per i nostri ragazzi. Restano là, come imbambolati, a gettare via il denaro per pagare l’affitto della casa. Soli. Soli davanti a una macchina assassina. Dal gioco vero si esce sudati e stanchi, gioiosi e ristorati. Da questo falso gioco si esce a pezzi. Nervosi e annoiati. Frustrati e depressi. Con sensi di colpa nei confronti della famiglia maltrattata. Soli. Li vedi al bar quando entri per un caffè. Sono nostri fratelli. Dovremmo aiutarli e invece approfittiamo della loro debolezza.

Nel mondo, tra i tanti giochi antichi, uno in particolare, ha preso il sopravvento: il calcio. Chi lo ha inventato è stato un genio. Basta un pallone, un piccolo spazio, un gruppo di amici e… il gioco è fatto. Si corre, si suda, si scalcita, si grida, si tira. La partita di calcio riproduce una battaglia. Ci sono amici e avversari. Si attacca, si difende. Si combatte. Un solo desiderio: vincere. In fondo l’uomo ha bisogno di un nemico da combattere. Forse dipende da questo il successo del gioco del calcio. Ben venga dunque, se ci fa più forti e più capaci. Se riuscissimo, allora, a essere nemici dell’ingiustizia e della povertà, della menzogna e della falsità sarebbe una cosa stupenda. Prenderemmo a combatterli con tutta la nostra forza. Se il mio nemico non è più l’uomo diverso da me ma il male che lo affligge avrò fatto un bel pezzo di strada. Nocera dista pochi chilometri da Salerno.

Domenica scorsa le squadre di calcio di queste due città si affrontano. Giocano. O, almeno, così è previsto. Vince il migliore? Macché. Ogni squadra ha i suoi tifosi. Alcuni a tutti i costi vogliono essere più tifosi degli altri. Ne hanno estremo bisogno. Il motivo mi sfugge. E’ come se soffrissero di un complesso di inferiorità. Forse, inconsciamente, vogliono richiamare l’attenzione su di sé. Costoro dagli spalti incitano i giocatori. Li invogliano. A volte addirittura li minacciano. Il fatto è grave. Che c’entra il gioco con la prepotenza, la violenza, la sopraffazione? Domenica scorsa, costoro intimano ai giocatori della Nocerina di non giocare e loro, i giocatori, si sottomettono a tanta protervia. Fingendo malesseri e malori inesistenti, diversi di loro escono dal campo impedendo il normale svolgimento della partita. Brutta storia. Davvero. Pessima figura per tutti. Chi ci rimette è il gioco. Al di là del singolo episodio, credo che occorra fermarsi e seriamente e interrogarsi sul senso del gioco e dei giochi. Del tempo libero e dei milioni spesi per l’acquisto di un singolo giocatore. Occorre riflettere sugli idoli creati a tavolino e sulle conseguenze che ne derivano. Viva il gioco del calcio. Viva una bella partita di pallone quando porta a migliorare i rapporti tra gli esseri umani e a donare un po’ di gioia e di speranza per riprendere il faticoso cammino della vita.

Maurizio Patriciello - avvenire.it