Vuelta, Horner verso il trionfo Nibali deve arrendersi

Il francese Kenny Elissonde (FdJ) ha vinto per distacco la ventesima tappa della Vuelta di Spagna, 142 km con partenza da Aviles e arrivo in salita all'Alto de l'Angliru. Nella penultima frazione Chris Horner (RadioShack), leader della classifica generale, ha tagliato il traguardo in seconda posizione dopo avere staccato Vincenzo Nibali (Astana) nei chilometri finali dell'ultima ascesa. Lo statunitense, che compirà 42 anni fra un mese, ipoteca così la vittoria finale.

Horner ha risposto colpo su colpo ai ripetuti attacchi di Nibali sull'Angliru, poi ha piazzato l'affondo decisivo che ha mandato in crisi il siciliano, giunto insieme ad Alejandro Valverde (Movistar) con un distacco di 28" dalla maglia rossa. In classifica generale Horner ha ora 37" di vantaggio su Nibali quando manca solo l'ultima tappa con arrivo a Madrid. Valverde, staccato di 1'36", ha ipotecato il terzo posto finale.
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L’ultimo uomo resta al palo «È il pallone dei portierini»

Dopo la seconda giornata di campionato, 43 gol segnati (tanti) fanno pensare ad attacchi atomici, ma anche a portieri privi di quei quattro elementi che Jack Robinson nel suo pionieristico “Il calcio e gli uomini che lo hanno fatto” ritiene peculiari, ovvero: «Vista eccellente, capacità di valutare in fretta e bene, coraggio e audacia». Doti che tutte assieme possiedono solo i più grandi tra gli estremi difensori. E uno di questi è stato Ricky Albertosi, saracinesca storica di Fiorentina, Cagliari (dello scudetto) Milan (della stella) e della Nazionale campione d’Europa (Roma 1968) e vicecampione del mondo a Messico ’70.

Albertosi, che sta succedendo a quella che era la migliore scuola di portieri del mondo?
«Succede che i Sarti, i Cudicini, gli Zoff, gli Albertosi e gli Zenga non se ne vedono più... La nostra scuola è in piena crisi. Da tempo sforna per lo più portierini e non portieroni. Al portiere un po’ pazzo si è sostituito il ragioniere tra i pali. Oltre ai limiti di posizione, manca soprattutto il carisma, la capacità di saper parlare e di guidare da dietro per dare sicurezza alla difesa».

Tempo fa proprio ad Avvenire lei disse: tranne Buffon il nulla. Conferma?
«Buffon è l’unico che può giocare e campare di rendita per quello che ha già fatto fino a 40 anni. Però il primo Buffon, quello di Parma intendo, era spericolato, meno bravo tecnicamente ma molto più carismatico. Adesso qualche erroruccio veniale e marchiano lo fa anche lui, ma la difesa della Juventus è talmente forte che lo aiuta a mascherare bene».

Ma scusi, i vice-Buffon in Nazionale, Marchetti e Sirigu, non sono all’altezza del titolare?
«Marchetti è bravo, ma non è partito bene: degli 8 gol subiti dalla Lazio nelle due ultime partirte con la Juve, qualcuno sarà anche colpa sua no? Sirigu al Paris Saint Germain ha fatto due annate ottime, è stato spesso decisivo e credo che Prandelli ogni tanto dovrebbe cominciare a provarlo dal primo minuto».

Gli allenatori della Serie A intanto dal primo minuto schierano 8 portieri stranieri su 20.
«Anche in porta gli stranieri sono diventati tanti e parecchi non sono di qualità. Scelte tecniche ed economiche sbagliate, come la Fiorentina che non ha riscattato Viviano finito all’Arsenal a fare il 12°, per puntare su questo Neto che non è certo una cima. Gli altri, tolto quell’Andujar del Catania che è discreto, neppure si conoscono. È anche vero però che in questo momento il miglior portiere della Serie A è sloveno, Handanovic dell’Inter e prima di lui è stato Julio Cesar».

Insomma tre portieri promossi, quelli della Nazionale, un paio di stranieri e poi ancora il deserto?
«Per fare rifiorire la nostra scuola la ricetta è semplice: dare fiducia ai giovani portieri italiani. I due ragazzini dell’Under 21, Bardi e Perin, vanno fatti giocare con continuità. Anche quando vanno in tilt, devono sentire addosso la fiducia della società».

Però un Perin che incassa 5 gol con la Fiorentina è normale che venga messo in discussione...
«Perin sia l’anno scorso a Pescara che quest’anno al Genoa qualche "saponettata" l’ha fatta, ma agli inizi della carriera tutti abbiamo pagato lo scotto dell’inesperienza. In una finale di Coppa Uefa con la Fiorentina, io presi 3 gol uno peggio dell’altro dall’Atletico Madrid. È reagendo con coraggio e carattere all’errore che si trova la forza per diventare un grande portiere».

Legge non scritta del calcio recita: un grande portiere fa grande la propria squadra. Con De Sanctis e Abbiati, come stanno messe in porta Roma e Milan?
«De Sanctis è molto meglio di quella manica di stranieri anonimi che alla Roma hanno provato e riprovato negli ultimi anni. Abbiati non mi è mai piaciuto, sta sempre lì inchiodato alla linea di porta… La sconfitta del Milan con il Verona ha fatto tornare "fenomeno" Luca Toni, ma se Abbiati prende due gol con l’attaccante che gli salta di testa dentro l’area piccola vuol dire una cosa soltanto, che il portiere è posizionato male».

I tanti errori non possono essere anche il frutto di allenamenti non calibrati?
«Di sicuro l’esasperazione del portiere che deve saper giocare con i piedi ha portato a una minore cura dei fondamentali: la capacità di tuffo, le uscite. Vedo tanti interventi scomposti a mano aperta e di pugno. In generale noto un po’ di insicurezza. L’unica attenuante è rappresentata dai palloni, troppo leggeri, cambiano direzione all’improvviso e sono la causa di certe figuracce».

Anche quella bella figurina del portiere di riserva, il Piloni, l’Alessandrelli, è diventata una "figuraccia" a quanto pare.
«Agli inizi alla Fiorentina ho avuto come vice un Buffon, Lorenzo, che era un signor portiere, così come poi lo sono stati Rigamonti e il giovane Tancredi. Il portiere di riserva è passato erroneamente come l’inutile rincalzo, mentre era, e sarebbe ancora, un ruolo importantissimo, per la crescita di un giovane o per il confronto quotidiano con il titolare più maturo».

Sparito il ruolo del 12°, è scomparso anche il numero 1 sulla maglia del portiere titolare…
«Se sei un portiere, io dico sempre che il n.1 ce lo dovresti avere tatuato nell’anima e non sulle braccia. Quando ormai alla tv vedo questi ragazzoni con la maglia n. 99, 22 o 64, mi viene una tristezza... Poi però penso: quasi quasi domani me li gioco tutti al Lotto».

Massimiliano Castellani - avvenire.it