Meazza Cent’anni al grido: «Faso tuto mi»

Galante con le donne ma anche in campo, in cui uccellava cortesemente i portieri con il famigerato «gol a invito». Una magia che l’ambrosiano non seppe mai spiegare a parole sue: al centro dell’area attirava fuori dai pali il portiere, lo lasciava steso a terra e poi depositava in rete


LE STORIE Iniziava un secola fa, il 23 agosto 1910, la parabola del mitico Peppìn «dalle spallucce cadenti», prima grande stella del calcio azzurro Sfruttato dal Regime come il prototipo del Balilla ma in realtà estraneo alla politica, infiammò gli spalti con le sue incredibili prodezze. E vinse due Mondiali

di Massimiliano Castellani Ai calciofili che continuano indefessi ad arrovellarsi sull’arcano secolare: «Il più forte giocatore di tutti i tempi è stato Pelè o Maradona?», mastro Gianni Brera, dietro a una nuvola di fumo del suo sigaro, ieri come oggi, avrebbe risposto con perentoria sentenza citando in causa il terzo incomodo: «Giuseppe Meazza, perché il Peppìn è stato el fòlber ». Un predestinato fin dall’anno di nascita, era venuto alla luce a Milano, quartiere popolare di Porta Vittoria nel 1910, il 23 agosto. Tre mesi dopo quel 15 maggio in cui all’Arena aveva fatto il suo debutto la nostra Nazionale di calcio. E di quella squadra il Peppìn, «con le spallucce cadenti, sintesi perfetta brianteo­bassaiola del popolano lombardo», di lì a poco sarebbe diventato il simbolo, la più grande leggenda azzurra. Con un pallone di stracci incollato ai piedi, il piccolo giocoliere ambidestro, dal bolide precoce e rovente come le castagne della caldarroste di corso Venezia, dall’alba al tramonto, con tunnel e magie, sfidava i suoi compagni di brigata. Fu durante una di quelle interminabili partite, in quei campetti di Porta Vittoria, che gli arrivò come una gamba tesa al cuore, il grido di dolore di sua madre, Ersilia, la “ verduratta” del mercato ortofrutticolo, che lo richiamava a casa per la luttuosa notizia. A sette anni il Peppìn si ritrovò orfano, suo padre era caduto al fronte nella Grande guerra. Una Caporetto nella testa, già dura e avvezza all’inzuccata vincente in porta, di quel soldo di cacio dai polmoni sfiatati, «troppo gracile per fare sport», secondo i medici. Ciechi scienziati che non avevano intuito che su un campo di calcio quel “pastina” diventava di colpo una scheggia impazzita, immarcabile, leader indiscusso al grido: « Faso tuto mi ». Piedi di razza mai vista prima e le preghiere di mamma Ersilia che, ogni domenica prima di ogni partita del suo Peppìn offriva una Messa, gli permisero di arrivare a giocare con i ragazzi dell’Internazionale, prepotentemente italianizzata dal Fascio in Ambrosiana. Debutto a diciassette anni in prima squadra, nella finale della Coppa Volta, per volere del mister illuminato Árpád Weisz su consiglio del “Dottore” Fuffo Bernardini. Spavaldo come un Mario Balotelli del secolo scorso, capelli impomatati di brillantina e sguardo fiero negli occhi bovini, si accingeva a fare il suo ingresso in campo con la maglia nerazzurra, quando di scatto gli arrivò l’eco di un’entrata da dietro del veterano Poldo Conti che ironizzava: «Adesso qui facciamo giocare pure i balilla…». Ma il vecchio Poldo non aveva fatto i conti con la volontà del dio Eupalla che aveva spedito sulla terra uno dei suoi massimi epigoni, il Peppìn. Meazza si presentò con una tripletta e l’Ambrosiana vinse la Coppa Volta. Così da da quel giorno divenne l’idolo delle folle degli stadi d’Italia e poi d’Europa, salutato, con o senza braccio destro teso, al nome di “Balilla”. Il Regime sfruttò il prode centrattacco rendendolo con il pugile Primo Carnera il suo uomo immagine. E approfittando del vuoto lasciato dalle cronache nere ormai bandite dai quotidiani, spazio a nove colonne sulle pagine in cui si tracciava il profilo maestoso del Meazza, perfetto fascista che dormiva sempre con la foto di Mussolini sul comodino. In realtà il Peppìn dalla politica si teneva alla stessa distanza di sicurezza con cui si smarcava dell’acerrimo francobollatore Monti. Fuori dal rettangolo di gioco, le idee e i suoi pensieri erano molto spettinati, mentre con i capelli sempre in ordine brillava nelle balere e con il sorriso da bullo di rione andava incontro alla dolce vita.
Galante con le donne che lo adoravano, ma anche in campo, in cui uccellava cortesemente i portieri con il famigerato “gol a invito”. Prodezza brevettata che l’oracolo ambrosiano non seppe mai spiegare a parole sue. Una magia, una danza al centro dell’area dove, una volta ricevuta palla, attirava fuori dai pali il portiere, lasciandolo perplesso e solitario steso in terra, per poi depositare il pallone con calma e di piattone nell’angolino, tra lo stupore rumoroso degli spalti in visibilio. Riso amaro, ma anche lacrime, il 9 febbraio del 1930 quando ricevette la prima convocazione in Nazionale da parte del “tenente” Vittorio Pozzo che lo chiamava a Roma, nell’amichevole contro la Svizzera.
Mamma Ersilia non stava nella pelle, lanciò il grembiule al cielo, abbandonò il bancone e salutando le comari di quartiere annunciava: «Devo prendere il treno per Roma, il mio Peppino ha bisogno di me». I cinquantamila dello Stadio Nazionale del Pnf avevano occhi solo per quel ventenne che aveva strappato il posto niente meno che al grande centravanti del Napoli, l’oriundo Attila Sallustro. Ma Meazza nel primo tempo, per sua stessa ammissione aveva 'la zucca vuota' e non gli riusciva neppure di stoppare il pallone. Fischi e insulti a pioggia, carichi di invettive nell’idioma del Belli fecero arrossire dalla vergogna mamma Ersilia che dopo 45 minuti con gli svizzeri in vantaggio per 2­ 1, scappò dalla tribuna e tra i singhiozzi attese il ritorno del figlio in albergo. «Mai ho provato un dolore così grande.
Neppure ti immagini Peppino le parole cattive che hanno dovuto ascoltare queste orecchie… A quel “Meazza vai al macello”, poi, non ho più resistito e sono scappata... », disse inondando di lacrime quel figlio temerario che con un ghigno la spiazzò raccontandogli dell’'impresa' – aveva segnato la doppietta decisiva e l’Italia aveva vinto 4-2.
a quel giorno poi nessun portiere, tranne la sua “bestia nera”, lo spagnolo Ricardo Zamora, rimase inviolato nel confronto diretto con il temutissimo “Balilla”, protagonista assoluto della prima storica vittoria a Budapest contro i maestri danubiani: Ungheria-Italia 0-5. Come un Cesare, Meazza marciò su Roma per la finale del Mondiale del ’34, vinta contro la Cecoslovacchia. Con la prima stella iridata l’Italia dei “ragazzi di Mussolini” accettò la sfida nella tana dei superbi inglesi, disertori al Mondiale in quanto si ritenevano unici depositari del football.
Nella “battaglia” di Higbury il più leone dei leoni azzurri fu ancora il Peppìn che con l’Italia sotto di 3 reti e in dieci uomini (Monti infortunato, non c’erano sostituzioni allora) trascinò con due gol la squadra a sfiorare una rimonta epica.
Finì 3-2, ma gli inglesi strabuzzarono gli occhi dinanzi a quel campione che univa in egual dosaggio classe e potenza.
Meazza dopo Londra conquistò anche Parigi, alzando al cielo dello Stadio de Colombes la seconda Coppa Rimet: l’Italia bicampione del mondo umiliava ancora l’Ungheria (4-2). I francesi in estasi definirono Meazza '
DGrand peintre du football'. Il Peppìn con il premio del titolo mondiale (ottomila lire) aveva comprato una Fiat Balilla. Perfino l’apparecchio radiofonico, dal quale Nicolò Carosio narrava in collegamento con gli abbonati dell’Eiar le gesta eroiche di Meazza, si chiamava Radiobalilla. Dopo il ’38 però il cielo sopra il Peppìn d’improvviso si fece azzurro tenebra. Il “Manifesto della Razza”, portò alla deportazione degli ebrei e nel lager di Auschwitz morì il suo pigmalione Árpád Weisz e tutti i membri della sua famiglia.
Gli inverni freddi e disumani dei campi di concentramento, d’un tratto è come se si fossero trasferiti nel “piede gelato” (occlusione ai vasi sanguigni) di Meazza che fu costretto al ritiro anticipato. Solo per il vil denaro provò a tornare il grande Meazza, accettando di giocare persino con gli “odiati” cugini del Milan e poi nella Juve; nel ’47 chiuse all’Inter. Il Balilla che sopravvisse al suo mito fino a 69 anni. E anche nel giorno dell’addio al Peppìn, forse Brera non sbagliò sentenza: «Gli eroi quelli veri, andrebbero per tempo rapiti in cielo, così come usava una volta, che non debbano restare fra noi a morire accorati e offesi della loro ingiustissima sorte».
testo e foto: avvenire 25 Luglio 2010

PEPPÌN MEAZZA, QUEL FENOMENO CHE INVENTAVA CALCIO

di Sandro Mazzola  - avvenire 25 Luglio 2010


Mi sarebbe tanto piaciuto vedere dei filmati delle partite di Giuseppe Meazza, perché non so se sia stato il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, ma di sicuro, a detta di chi ha avuto l’onore di essergli compagno di squadra o che l’ha visto giocare, era «un fenomeno che inventava calcio». La sua bella figura di uomo elegante incuteva rispetto, specie a un ragazzino come me che se l’è ritrovato allenatore nelle giovanili dell’Inter. Al primo allenamento ebbi la consapevolezza che di fronte avevo un mito vivente che era lì, ad insegnarci i fondamentali del gioco del pallone. Ma oltre alla grande esperienza del giocatore­modello, in campo Meazza dispensava a tutti noi ragazzini del vivaio nerazzurro, consigli di vita. Perle di saggezza che sono servite, anche a quei compagni che poi non hanno fatto una carriera da professionisti e hanno scelto altre strade. I suoi insegnamenti arrivavano dall’uomo che aveva conosciuto la strada e la gavetta prima di diventare il grande Peppìn.

L’elegantissimo signor Meazza. Agli allenamenti si presentava sempre rigorosamente vestito in abiti borghesi, giacca e cravatta, così tutti aspettavamo primavera per vederlo finalmente indossare la tuta che lo avvicinava un po’ di più a noi. Il suo spirito però, era rimasto quello di un giovane innamorato del calcio con il quale si è divertito tanto, anche quando aveva smesso di giocare. Lo ammiravamo, stupiti, quando calciava dei bolidi incredibili e così precisi che finivano quasi sempre in rete e non capivi mai se avesse tirato con il destro o con il sinistro, tanto era abile con entrambi i piedi. Amava scherzare ed era dotato di un’ironia tagliente. Ricordo che un giorno una troupe della Rai venne a cercarlo per una trasmissione: «Come si insegna il calcio». A Meazza chiesero di insegnare il calcio di rigore. In porta misero il 3° portiere dell’Inter, Annibale, e il giornalista concordò che Meazza avrebbe calciato a destra e lui si sarebbe tuffato a sinistra, poi avrebbe tirato a sinistra e lui si sarebbe tuffato dalla parte opposta. Annibale, preoccupato, si avvicinò a Meazza e gli chiese di evitargli quella figuraccia del portiere “spiazzato”, tanto più che poi il filmato lo avrebbero visto alla televisione: «E io - disse Annibale - che figura ci faccio con gli amici dell’oratorio?». Meazza sembrò impietosirsi, ma poi alla fine calciò due rigori di testa sua e senza nessun accordo spiazzò il povero Annibale che rimase di sasso, mentre noi che assistevamo ridevamo come dei pazzi. Era divertente quel suo modo di vivere le situazioni sempre con l’eterno spirito del giocatore che azzarda e va in cerca del numero ad effetto. Ricordo ancora il mio primo derby con il Milan a 15 anni. Meazza ci convocò alle 11 del mattino in sede e questa cosa ci eccitava tantissimo, perché era un po’ come se fosse il ritiro pre-partita della prima squadra. Entrammo nella stanza e stranamente lo trovammo con indosso una maglia nera. Ci fissò uno a a uno e poi disse: «Ragazzi, io ho giocato 6 mesi con il Milan e non me lo sono mai perdonato.

Quindi mi raccomando, oggi andate in campo e cercate di vincere e di segnare almeno 5-10 gol...». Non era uno spavaldo, aveva rispetto per tutti, a cominciare dagli avversari, ma era anche un uomo che viveva con estrema passione. In panchina, d’inverno, avvolto nel suo cappotto, fumava una sigaretta dietro l’altra e da lì vedeva e sentiva ogni respiro. Non dimenticherò mai quella volta che in campo, quando ancora per ragioni fisiche mi schierava all’ala destra, cominciai a brontolare a voce alta perchè non mi arrivava il pallone. Meazza allora si drizzò in piedi, mi chiamò da parte e con accento milanese mi disse: «Ueh “Pastina”, io ho vinto due volte il campionato del mondo e non mi sono mai lamentato con i miei compagni...». Quel rimprovero per me fu uno schiaffo paterno, mi ha aiutato a crescere e a vincere tanto, mantenendo sempre i piedi per terra. E anche per per questo io sarò sempre grato a quel grande uomo del Peppìn Meazza.